PESTICIDI A TAVOLA. UN LIBRO DI SAVERIO PIPITONE. LEGGILO, È SALUTARE! IN LIBRERIA E ONLINE.


Cibi e bevande che consumiamo quotidianamente, dalla prima colazione alla cena, potrebbero essere contaminati da un mix di tossici pesticidi.
Perché queste pericolose sostanze avvelenano quello che mangiamo? Quali sono i motivi per cui le autorità non intervengono? Che effetti possono avere sul nostro corpo?
Il libro racconta in modo divulgativo la storia dei pesticidi in generale e in particolare del glifosato, l’erbicida più utilizzato al mondo; chi li ha inventati, come funzionano, come e perché sono stati introdotti in agricoltura, quali sono i rischi per l’ambiente e quali malattie provocano. Riporta le ricerche sulla presenza di tracce pesticide negli alimenti, i principali studi scientifici sui rischi patologici per esposizione diretta da lavoro o indiretta da consumo, pareri di esperti interpellati e casi di persone che si sono ammalate.
La prefazione è dell’oncologa, ematologa e attivista ambientale Patrizia Gentilini, che scrive: «Il libro ripercorre in modo puntuale, documentato e avvincente le tappe più significative che hanno segnato, dopo la seconda guerra mondiale, la diffusione della chimica in agricoltura, attraverso quella che è nota come “Rivoluzione verde”. Ci offre l’occasione di informarci, di approfondire, di riflettere e, in definitiva, di prendere coscienza del fatto che abbiamo intossicato non solo l’ambiente, ma anche noi stessi, compromettendo la salute nostra e quella dei nostri figli».
Per conoscere la tematica, evitare cibo infetto e tutelare la salute, non perderti il libro!

 

Lild nelle vite degli altri

di Saverio Pipitone [pubblicato il 14/1/2020 nel Blog di Beppe Grillo]

I discount Lidl di Torino, Bologna, Roma e Palermo sono stati di recente il set del reality show “Shop, Cook & Win!”, in onda sul Nove del digitale terrestre, con gli chef Simone Rugiati e Matteo Torretta che nei monitor di videosorveglianza scrutavano attentamente i clienti, scegliendone due e portandoli in cucina per una sfida di piatti gourmet preparati con i prodotti del carrello.

Il sistema di telecamere a circuito chiuso negli esercizi commerciali è installato e adoperato con lo scopo ufficiale di contrasto al taccheggio e per la sicurezza preventiva, anche se può abusivamente sconfinare nel monitoraggio sui movimenti di spesa dei consumatori o nel controllo dei dipendenti.

Come scoprì nel 2008 il giornale Stern, la Lidl nel 2004-07 ha spiato il proprio personale di 200 filiali in Germania con investigatori che – esperti in metodi Stasi (polizia segreta della vecchia DDR) – collocarono 5-10 microcamere per punto vendita, sia negli spazi pubblici che privati, agendo formalmente contro i furti, ma in pratica annotavano in appositi dossier ogni aspetto utile sulla vita professionale, familiare, relazionale e finanziaria dei lavoratori. Ecco alcune note spionistiche: «Domenica, ore 10.46: la signora N. ha tatuaggi su entrambe le braccia. I clienti anziani potrebbero esserne infastiditi. Bisogna suggerirle di tenere le braccia coperte mentre lavora»; «Mercoledì, ore 14.05: la signora M., durante la pausa, cerca di fare una telefonata con il suo cellulare, ma un messaggio automatico la informa che il suo credito residuo è di soli 85 centesimi»; «Giovedì, ore 14.50: la signora T. telefona al fidanzato e si mettono d’accordo per cenare insieme. Nonostante lo store sia pieno e resti molto da fare gli promette di uscire puntuale. Alle 15 va via». E ancora: «ha una cerchia di amici drogati», «introverso e ingenuo», «incapace», «vuole salari più alti», fino alle lamentele sui turni di lavoro e ai flirt fra colleghi. Dalle telecamere puntate sulle casse venivano inoltre osservati dei clienti che digitavano il codice PIN del bancomat.

Casi e testimonianze di serrato controllo della manodopera erano stati in precedenza riportati dai due libri “Black Book Lidl”, uno del 2004 e l’altro aggiornato del 2006, a cura del giornalista Andreas Hamann e editi dal sindacato tedesco Ver.Di. Nel 2009 il periodico Der Spiegel dette poi la notizia che nella città di Bochum furono trovati nella spazzatura parecchi dati riservati su 600 impiegati della Lidl, inerenti numeri di telefono, indirizzi postali, buste paga e coordinate bancarie, nonché moduli di assenze per malattia che gli stessi compilavano, su illegittima richiesta della direzione, con specifiche circa lo stato di salute: dal mal di schiena alla pressione alta, dalle visite dal psicologo o ginecologo alle diagnosi e terapie. Nel 2018 il film “Lidl Story” dei registi Annebeth Jacobsen e Frank Diederichs, trasmesso dalla tv tedesca ZDF, racconta di un’organizzazione che negli anni è stata impostata su criteri di accentramento e repressione.

Le menzionate inchieste giornalistiche convengono che il principale responsabile di tutto ciò è il fondatore e proprietario Dieter Schwarz, un’ottantenne che vive, volutamente e paradossalmente, nell’assoluta riservatezza stando lontano da sguardi indiscreti. È classificato dal magazine Forbes al 36° posto dei maggiori benestanti al mondo con un attuale patrimonio stimato in $ 22,4 miliardi (era di $ 7 miliardi nel 1999), ma secondo la rivista Bilanz, se si aggiungono investimenti, immobili e beni aziendali, il bottino raddoppia, salendo sul podio dei più ricchi della Germania.

Discende da una stirpe di commercianti con il padre Josef che dal 1930 era contitolare della storica bottega all’ingrosso di frutta esotica “A. Lidl & Co” nella Sülmerstraße 54 ad Heilbronn e nei decenni seguenti l’attività fu ampliata nei generi alimentari. Gli Schwarz avviarono successivamente dei propri market, evitando però di chiamarli con il loro cognome che significa “nero” e, per motivi legali, non potevano usare quello dell’ex socio. Dieter risolse la questione quando nel 1972, sfogliando il quotidiano locale Heilbronner Stimme, lesse un articolo che citava il pittore e insegnante in pensione Ludwig Lidl: lo contattò e comprò i diritti di sfruttamento del nome per 1.000 marchi.

Oggi la rete distributiva conta all’incirca 10.800 discount Lidl e 1.300 ipermercati Kaufland con 430.000 dipendenti per un fatturato annuo di oltre € 100 miliardi (era di € 2,6 miliardi nel 1990).

La crescita a livello europeo è stata sostenuta nel 2004-14 da soldi pubblici, intorno ad € 1 miliardo, erogati dalla Banca Europea Ricostruzione Sviluppo (BERS) e dalla International Finance Corporation (IFC) della Banca Mondiale. Tra gli ultimi finanziamenti vi sono € 220 milioni dalla BERS e € 180 milioni dalla IFC nel 2017-18 per un ulteriore consolidamento nell’Europa orientale, che si sommano ai € 50 milioni concessi contestualmente dalla Nordic Investment Bank, altra banca pubblica, per allargarsi in Lituania. 

C’è uno studio degli economisti Axel Dreher, Valentin Lang e Katharina Richert – pubblicato nel Journal Development Economics di settembre 2019 – che ha esaminato 3.000 prestiti dell’IFC per un decennio, giungendo alla conclusione che la maggior parte di essi, invece di andare alle imprese di luoghi svantaggiati con difficoltà ad accedere ai capitali privati, finiscono nelle casse delle ricche multinazionali che hanno pure un trattamento preferenziale se nel board delle istituzioni finanziarie è presente qualcuno che rappresenta meglio gli interessi del paese ricevente. Il vicepresidente per lo sviluppo economico nel settore privato di IFC ed ex amministratore delegato di BERS, con un passato nel Fondo Monetario Internazionale (FMI), è Hans Peter Lankes: cittadino tedesco.

Attualmente Lidl è impegnata in una ramificazione negli Stati Uniti con un piano che in origine prevedeva centinaia di aperture, ma dalla stampa economica si apprende che ha subito un rallentamento soprattutto a causa di un’errata selezione dei siti. Per rivedere e rilanciare le tattiche espansive, alla fine del 2018 venne assunta la statunitense Bruna Maraccini, come direttrice immobiliare, proveniente dalla concorrente Aldi dove ricopriva la medesima carica. Lei e Lidl, all’inizio del 2019, sono stati denunciati da Aldi per sottrazione e utilizzo di segreti commerciali, tra cui le mappe delle posizioni e le strategie di mercato dei futuri negozi nell’East Coast.

Gli store Lidl negli USA sono un’ottantina, dalla Georgia a New York. Il prossimo sarà ad Alexandria (Virginia) e in questa città, dentro il dismesso centro commerciale Landmark, sono state girate delle scene del film “Wonder Woman 1984” con la superdonna che, dopo avere sconfitto dei malavitosi, lancia il diadema sulla telecamera di sorveglianza, distruggendo il dispositivo orwelliano che pervade la sfera personale a vantaggio dei rapaci accumulatori di denaro e potere.

McDonald’s: l’immobiliare più inquinante al mondo

di Saverio Pipitone [pubblicato il 17/11/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

«Evviva si torna a vendere hamburger!», esclamò un dirigente di McDonald’s quando seppe delle dimissioni nel 1967 di Harry Sonneborn, che fu il primo presidente e CEO della compagnia.

Di lui, il proprietario Ray Kroc che lo assunse nel 1955, raccontava: «Harry era esattamente il tipo di uomo che mi serviva per far decollare McDonald’s. Si seppellì sotto pile di libri e imparò a padroneggiare i dettagli dei contratti e delle manovre finanziarie bene quanto avvocati e banchieri».

Ebbe infatti la visione immobiliare nell’affiliazione commerciale, come parte di un programma di marketing a lungo termine, che consisteva nel prendere in locazione un terreno e costruirci il ristorante, per concederli in subaffitto all’affiliato, che attraverso la vendita di hamburger avrebbe pagato il canone, con il generarsi di un flusso di denaro destinato a coprire il mutuo – frattanto stipulato con gli istituti finanziari – per comprare l’intero lotto: terra e edificio. Egli affermava: «Noi non siamo tecnicamente nel settore alimentare. Siamo nel settore immobiliare. L’unico motivo per cui vendiamo hamburger da quindici centesimi è perché sono i maggiori produttori di entrate, dai quali i nostri inquilini possono pagarci l’affitto».

È poi andato via per contrasti gestionali con lo stesso Kroc, ma lasciandogli il suo vincente modello di business che in quegli anni apportò un guadagno vero e permise di estromettere i fratelli Dick e Mac McDonald, acquistando da essi il marchio, i diritti d’autore e le formule dell’innovativo Speedee Service System per assemblare panini low cost, in serie e tutti uguali. Venne creata una rete distributiva globale con l’insegna di due giganteschi archi dorati a forma di un’arrotondata lettera “M”. All’epoca, lo psicologo e designer Louis Cheskin esortò a mantenere tale logo perché, seguendo il simbolismo freudiano, fa immaginare nell’inconscio dei nutrienti seni materni che attraggono l’affamato consumatore.

McDonald’s è adesso quotata alla Borsa di New York ed i principali azionisti sono gli agguerriti fondi speculativi The Vanguard Group e BlackRock. È presente in 120 Paesi con 37.855 fast-food (erano 11.800 nel 1990), di cui 2.770 gestiti in proprio e 35.085 in franchising, che sono ubicati in zone ad alta densità d’utenza oppure nelle vicinanze di luoghi prestigiosi – da Fontana di Trevi a Roma al Big Ben di Londra e dall’8th Avenue di Manhattan alla Piazza Rossa di Mosca.

Da bilancio 2018, in dollari, risulta possedere un ammontare di 5,5 miliardi di terreni con 15,3 miliardi di fabbricati ed altri 12,8 miliardi di edifici su aree rilevate in locazione, utilizzandoli completamente per l’operatività aziendale. Il fatturato è di 21 miliardi, di cui: 10 miliardi dai ristoranti a gestione diretta con margine di guadagno di 1,7 miliardi; 11 miliardi dal franchising, a sua volta suddivisi per circa il 65% affitti e 35% royalties, pagati ogni mese dal franchisee, con un’elevatissima redditività di 9 miliardi.

McDonald’s è sempre stata una enorme e proficua immobiliare, permanendo tuttora il modello “Sonneborn”. L’ex CEO Steve Easterbrook, dal 2015 l’ha ulteriormente potenziato per evolvere in modo graduale verso un’attività di puro franchisor. Ha inoltre puntato sull’intelligenza artificiale con la sperimentazione della tecnologia Drive Through, che al McDrive registra le targhe delle auto per offrire menù personalizzati sulla cronologia delle ordinazioni. Dall’inizio di novembre 2019, il nuovo CEO è Chris Kempczinski che proseguirà le politiche del predecessore Easterbrook, il quale è stato rimosso per violazione del codice di condotta interno, avendo avuto una relazione con una dipendente, dicono «consensuale», anche se nella catena di fast-food ci sono continui casi di molestie, abusi e discriminazioni sessuali in un precario ed alienante contesto lavorativo.

All’ora, nelle fasce di maggiore affluenza, McDonald’s vende più o meno 100.000 hamburger e 20.000 Big Mac, equivalenti a 30.000 kg di manzo, con 70.000 kg di patatine, per 60.000 kg di imballaggi, emettendo un migliaio di tonnellate metriche di gas serra che causa il riscaldamento globale (fonte: www.everysecond.io). L’hamburger proviene in genere dallo storico fornitore Osi Group dell’Illinois che ha una cinquantina di fabbriche, una delle quali a Günzburg in Germania, dove – come descritto da un reportage del 2018 di Business Insider – la carne fresca in contenitori da 500 kg, pari a 5-6 mucche, è trascinata dai carrelli elevatori ai frullatori per macinarla e modellarla in polpette, mischiandola con carne congelata, per mantenere la compattezza e portarla rapidamente alla temperatura di -18 gradi Celsius, finendo in sacchetti di plastica ed inscatolata, per una produzione media giornaliera di 5 milioni di pezzi. Mangiarne 1-2 a settimana per un anno corrisponde indicativamente ad un impronta ecologica di 207 kg di CO2, 2.306 metri quadri di suolo e 120.237 litri d’acqua (fonte: www.essereanimali.org).

Lo sfruttamento ambientale è invece abbattuto di oltre il 90% con gli hamburger vegani, a base di proteici tofu o fagioli e piselli. Nella fabbrica di Günzburg i macchinari possono già produrli. Una recente ricerca dell’Università di Cambridge ha mostrato che i giovani scelgono cibo vegetariano.

Se, per McDonald’s, l’hamburger non è mai stato un fine ma solo un mezzo per redditizie entrate immobiliari, cosa aspetta a convertirsi del tutto al green food? Farebbe un gran favore al Pianeta!

Pesticida Killer

di Saverio Pipitone [pubblicato nel N. 69 - luglio/settembre 2019 di Scienza Conoscenza]

All’hotel Downtown Inn di Chiang Mai in Thailandia arrivarono nel tardo pomeriggio del 2 febbraio 2011 le giovani turiste neozelandesi Sarah Carter, Emma Langlands e Amanda Eliason. All’ingresso un cartello informava che la struttura era stata sottoposta a disinfestazione a causa di cimici trovate nei letti. Dopo il check-in per la camera, le ragazze cenarono in un vicino ristorante, ma l’indomani stettero male: dolori di pancia, vomito e finirono d’urgenza in ospedale. Sarah, ricoverata per tre giorni, morì il 6 febbraio 2011 all’età di 23 anni per miocardite. Nello stesso mese, al Downtown Inn, morirono la guida turistica thailandese quarantasettenne Waraporn Yingmahasaranont e i coniugi inglesi settantenni George ed Eileen Everitt, che come Sarah ebbero un’infiammazione acuta del muscolo cardiaco. Per le autorità pubbliche fu pura coincidenza: si accontentarono dell’ipotesi di intossicazione alimentare, con tutta l’intenzione di chiudere in fretta il caso per salvaguardare il turismo locale. La giornalista Sarah Hall del programma televisivo neozelandese «60 Minutes» volle indagare e a maggio soggiornò nella stanza della ragazza defunta, prelevando dei campioni e facendoli esaminare da un laboratorio: trovarono il pesticida Clorpirifos. Lo scienziato Ron McDowall, esperto mondiale di prodotti chimici pericolosi, disse all’epoca: «È una sostanza rapidamente assorbita dal corpo umano ed è probabile che i decessi siano legati ad essa».

Che cos’è e chi produce il più letale degli insetticidi
Discendente dai micidiali gas nervini della seconda guerra mondiale e sostituto del proibito DDT, il Clorpirifos è un insetticida organofosfato e neurotossico a largo spettro che inibisce l’azione dell’acetilcolinesterasi, un enzima fondamentale per il funzionamento del sistema nervoso, in modo da abbattere e uccidere parassiti, larve e insetti. È utilizzato su una cinquantina di colture agricole tra cui mais, grano, soia, barbabietole, meloni, fragole, cavoli, broccoli, peperoni, patate, uva, mele, pere e pesche, fino ai prodotti floreali. Si utilizza anche nei trattamenti sui campi da golf, nei canili e come ingrediente nello shampoo, negli spray e nei collari antipulci degli animali domestici. Ha un odore simile alle uova marce o all’aglio, ed è pericoloso se toccato, inalato e ingerito.
A inventarlo nel 1965 è stata la Dow Chemical, che alla fine del 2017 si è fusa con la concorrente DuPont, per la strutturazione del gigante chimico statunitense DowDuPont che nel 2018 ha generato un fatturato di 85,9 miliardi di dollari e 3,8 miliardi di profitti da spartire tra gli azionisti: i principali sono gli agguerriti fondi di investimento The Vanguard Group e Black Rock.
DowDuPont produce l’insetticida Dursban a base di Clorpirifos. Negli anni Novanta, per rinnovarne l’autorizzazione, commissionò all’Argus Research Laboratories della Pennsylvania un’analisi sul cervello di ratti gravidi e l’esito fu di non pericolosità nello sviluppo neurologico. Di recente, un team di ricerca guidato dal chimico Axel Mie dell’università medica Karolinska Institutet di Stoccolma, ha ricontrollato lo studio del produttore e i risultati – pubblicati a novembre 2018 sulla rivista scientifica «Environmental Health» – evidenziano condizioni di tossicità nei topi a basse e medie dosi che erano state omesse nel rapporto finale, con delle discrepanze rispetto ai dati grezzi di partenza che avrebbero fuorviato la valutazione dell’autorità di regolamentazione.

Effetti sul cervello: iperattività, spettro autistico, memoria
Gli effetti funesti del Dursban sull’organismo umano erano già stati rilevati nel 1995 dalla tossicologa Janette Sherman che in Arkansas aveva incontrato un bimbo con patologie cerebrali congenite causate dall’esposizione della madre all’insetticida nebulizzato per disinfestare gli uffici della banca dove lavorava nel periodo della gravidanza. La scienziata presentò uno studio completo il 25 ottobre 1998 a Carpi in provincia di Modena, alla conferenza internazionale dell’Istituto Ramazzini sulle malattie ambientali, mostrando come i difetti congeniti di 15 bambini, dagli occhi ai capezzoli, dal palato ai genitali, fossero imputabili al Dursban assorbito dalle mamme durante la gestazione.
Il Clorpirifos per uso domestico è stato proibito negli Stati Uniti a partire dal 2000. In seguito al divieto, una squadra di ricercatori guidata dall’epidemiologa Virginia Rauh della Columbia University di New York suddivise in due gruppi delle donne gravide di città, dimostrando che i pargoli partoriti prima del divieto ed esposti in utero alla sostanza erano più inclini a sviluppare disturbi da deficit di attenzione e iperattività o ADHD a 3 anni, carenze di memoria a 7 anni e lieve tremolio alle mani a 11.
Successivamente alcune ricerche dell’Università della California di Davis e di Berkeley documentarono il rischio di problemi alla memoria o di abbassamento del quoziente intellettivo per i nati da madri residenti tra i campi irrorati con Clorpirifos. Nella medesima università, un’équipe di professori di scienze della salute capeggiata da Ondine von Ehrenstein ha analizzato – nella zona ad agricoltura intensiva di Central Valley in California – i dati di nascita dal 1998 al 2010 di circa 38.000 persone, di cui 2961 con autismo, supponendo che l’esposizione prenatale e infantile all’insetticida entro 2 km dall’abitazione provochi un aumento di probabilità di contrarre disturbi dello spettro autistico: lo studio è stato pubblicato a marzo 2019 sull’autorevole rivista scientifica «British Medical Journal». Gli abitanti della Central Valley californiana sono incessantemente bersagliati dalle irrorazioni agrochimiche per un letale effetto deriva che avvelena aria e acqua, con conseguenti disturbi respiratori, cardiaci e neurodegenerativi, sia negli adulti che nei bambini.

Mele e uva al Clorpirifos

Il terribile pesticida viene principalmente a contatto con il corpo umano attraverso il consumo quotidiano di cibo. Come emerso dal dossier Stop Pesticidi di Legambiente pubblicato a gennaio 2019, il Clorpirifos è uno degli elementi più frequenti e diffusi in uva, mele e pere.
Nel 2017 una famiglia romana si è prestata a un biomonitoraggio urinario promosso da associazioni e imprese ecologiste, da Federbio al WWF e a NaturaSì, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione I pesticidi dentro di noi. Nelle urine di mamma Marta, papà Giorgio e dei due figli è stato rilevato del Clorpirifos, misurato in microgrammi per grammo di creatinina, nelle seguenti quantità: 5 e 2,5 per i quarantenni Marta e Giorgio; oltre 5 e 2 per i figli Giacomo di 7 anni e Stella di 9, valori elevati rispetto alla media della popolazione che per i bambini prevede 1,5 microgrammi per grammo di creatinina e per gli adulti di 0,7. Dopo 15 giorni di sola dieta biologica, i livelli del pesticida si sono notevolmente ridotti, a eccezione di quelli di Stella rimasti immutati. In un’analoga analisi condotta dal professore di scienze ambientali Chensheng Lu e pubblicata nel 2006 nella rivista «Environmental Health Perspectives», sono stati somministrati alimenti biologici a 23 bambini di Seattle, con un’età compresa tra i 3 e gli 11 anni, per 5 giorni consecutivi: con la nuova dieta si è verificato un abbassamento significativo dei valori di Clorpirifos nell’organismo dei piccoli presi in esame, fino a quando non è stata reintrodotta la dieta convenzionale.

Interferenza endocrina: danni sino alla quarta generazione

Le autorità regolatorie rassicurano sul fatto che i residui di pesticidi sono quasi tutti nei limiti di legge e bisognerebbe ingerirne enormi quantità per superare la dose giornaliera ammissibile.
È però opportuno ricordare che il livello legale di nocività è misurato sulla singola molecola e non vengono valutati né l’insieme di elementi coesistenti nel medesimo prodotto, né la continuità espositiva giornaliera a parecchie sostanze presenti in diverse derrate alimentari, con il conseguente moltiplicarsi della tossicità. Nessuna dose può quindi considerarsi accettabile, soprattutto quando si tratta di Clorpirifos che agisce da perturbatore endocrino nel sistema ormonale, neurologico, psichico e immunitario, colpendo soprattutto l’organismo in fase di formazione e di crescita. I danni permangono sino alla quarta generazione, come ultimamente documentato dall’Università belga di Liegi con una ricerca, coordinata dallo studioso di neuroscienze David Lopez Rodriguez, sull’interferenza endocrina nella riproduzione di 31 ratti femmine che si trasmette in maniera intergenerazionale.
E, se non bastasse, il Clorpirifos sarà sempre disponibile anche per i posteri, dato che il reparto di ecotossicologia dell’Università di Milano-Bicocca l’ha trovato ibernato nei ghiacciai del Monte Rosa. Come ci è arrivato? È risalito dalle aree agricole limitrofe alle Alpi, principalmente dalla Pianura Padana, dove ogni anno l’ISPRA (Istituto superiore protezione e ricerca ambientale) ne rileva la presenza in migliaia di corsi d’acqua superficiali e sotterranei con ricadute inquinanti ed estintive su fauna e flora.
Tra petizioni, proteste, denunce e azioni legali, da molto tempo i movimenti ambientalisti, sindacalisti, sanitari e civici chiedono il totale divieto del Clorpirifos per qualunque uso e l’Agenzia governativa statunitense di protezione dell’ambiente (EPA) stava per bandirlo.
Purtroppo a gennaio 2017 è cambiata l’amministrazione governativa con l’elezione di Donald Trump alla presidenza statunitense e in EPA è stato designato il nuovo direttore, Scott Pruitt, un trumpiano antiecologista, che ha deciso di non revocare la sostanza, adducendo come motivazione il fatto che non ci sono ancora abbastanza dati scientifici sugli esiti di pericolosità per la salute umana. All’EPA è poi andata di male in peggio con le dimissioni a metà 2018 di Scott Pruitt e la nomina dell’attuale direttore Andrew Wheeler. Negazionista del cambiamento climatico, avvocato ed ex lobbista dell’industria energetica, Wheeler ha lavorato per tanti anni in Faegre Baker Daniels, un grosso studio legale che tra i propri clienti annovera anche il colosso chimico DowDuPont.
Per i “poteri forti” è impensabile vietare in maniera unilaterale il Clorpirifos negli Stati Uniti: altri Paesi sarebbero spinti a fare lo stesso, con pesanti ripercussioni negative sull’agricoltura industriale, il commercio internazionale e i consumi. Frattanto, nell’attesa della revisione all’autorizzazione per l’uso del Clorpirifos prevista per ottobre 2022, proseguirà la contaminazione ambientale e sanitaria dell’insetticida più spruzzato al mondo.

Commercio: il retaggio è ancora coloniale

L’equo-solidale è un progetto, una nicchia o solo un’illusione?

di Saverio Pipitone [pubblicato il 14/10/2019 in www.labottegadelbarbieri.org]

«Chi certamente andrà all’inferno è colui che si arricchisce rubando ai poveri e rivendendo ai ricchi. Perché non pagate un prezzo onesto? Perché comprate da noi a 1 e rivendete in Europa a 1.000? Allora quando la finiamo di comportarci da ladri?». Parole sante pronunciate, nel film Porgi l’altra guancia, dal missionario G. (Terence Hill) al mercato del porto di Maracaibo in America Latina contro gli scagnozzi del governatore marchese Gonzaga, che aveva formato un cartello con le compagnie commerciali olandese, inglese, francese e spagnola, per acquistare pepe, cacao e caffè dagli agricoltori indigeni a un prezzo dimezzato da 200 a 100 pesos al sacco. Poi giunse padre Pedro (Bud Spencer) e lascio immaginare cosa successe… Era il 1890.

Negli stessi anni, ma non nel film, moriva Eduard Dekker che aveva scritto il romanzo Max Havelaar in cui accusava la ferocia del colonialismo olandese in Indonesia, dove i contadini erano costretti a produrre materie prime da esportare quali caffè e zucchero, anziché riso per l’autosostentamento, ricevendo una paga da fame.

Il titolo del libro venne usato nel 1988 dal nascente movimento del commercio equo e solidale, in breve CES, per denominare la prima etichetta di caffè etico in Olanda. Seguirono altre simili iniziative in tutta Europa fino alla fondazione nel 1992 dell’organizzazione Fairtrade con un proprio marchio che certifica a livello internazionale le aziende che attuano pratiche di giusto scambio commerciale nei confronti dei lavoratori agricoli dei Paesi “poveri” a cui è garantito un prezzo minimo di acquisto che copra i costi medi di una produzione sostenibile e sopravanzi un margine aggiuntivo di guadagno, il cosiddetto “Premio”, da destinare localmente a progetti sociali e ambientali, miglioramenti produttivi o integrazioni salariali.

Di CES, dalle origini allo stato attuale, parla l’inchiesta del giornalista indiano Samanth Subramanian sul quotidiano britannico The Guardian del 23 luglio 2019 – riportata in Italia dal settimanale Internazionale nel numero 1326 del 27 settembre – che è intitolata con una domanda: «L’equo e solidale esiste ancora?».

Subramanian risponde che «proprio le maggiori aspettative di sostenibilità che Fairtrade ha contribuito a diffondere in tutto il mondo stanno producendo l’effetto perverso di preparare il terreno per la fine del movimento. Le aziende stanno perdendo fiducia in marchi come Fairtrade: non solo nella loro capacità di mettere al sicuro il futuro dell’agricoltura e dei problemi su cui si basano i guadagni delle aziende, ma proprio nel valore di questi bollini indipendenti di sostenibilità».

Migliaia di produttori e distributori di beni di largo consumo, dai colossi alimentari alle insegne della GDO, sono certificati o utilizzano in licenza il marchio della Fairtrade, che nel 2018 ha registrato un valore complessivo di vendite per 8,5 miliardi di dollari (erano 9 nel 2017) con prodotti lavorati da 1,6 milioni di agricoltori di luoghi svantaggiati. Come evidenzia l’inchiesta, questi risultati sono relativamente deludenti: «una briciola di fronte ai due miliardi di persone che vivono di agricoltura. […] il mercato del caffè vale da solo duecento miliardi».

Faccio un altro esempio: il frutto più consumato al mondo, la banana, registra all’anno in tonnellate una produzione globale di 110 milioni e le importazioni italiane ammontano in 630.000, di cui soltanto 15.700, pari appena al 2,5%, rientrano nel sistema Fairtrade in termini di volumi venduti ed è il loro prodotto principale.

Restando In Italia, l’agenzia SWR ha realizzato nel febbraio 2018 un sondaggio – divulgato l’anno dopo dall’Osservatorio Coesione Inclusione Sociale (OCIS) – sul consumo responsabile, intervistando un rappresentativo campione di 1.000 cittadini maggiorenni. Il 36,6% sono consumatori irresponsabili che, nella maggior parte dei casi, non conosce (o non gli interessa) nessuna pratica solidale. Il restante 63,4% è invece responsabile, di cui il 37,3% fa compere nel CES. Quest’ultima percentuale, se confrontata con un’analoga indagine del 2002 sull’associazionismo sociale – effettuata dall’istituto di ricerca IREF – è in crescita del 21%, considerando però che nei conteggi ci sono anche gli acquisti sporadici.

Il CES è quindi tuttora un mercato di nicchia, ma di sicuro nei prossimi anni seguirà un trend di espansione dato che oggi siamo bersagliati da messaggi mediatici che colpevolizzano il consumo senza etica, come causa di un’imminente catastrofe ecologica, premendo specialmente sul protagonismo ribelle degli adolescenti e dei bambini: futuri consumatori. Per le multinazionali è un affare, il capitalismo si rigenera, Pasolini direbbe «oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!».

Nell’inchiesta, Subramanian spiega: «Molte multinazionali del settore alimentare hanno preso in mano la situazione, creando programmi di certificazione interni e valutando in autonomia i loro comportamenti etici. […] Le multinazionali considerano Fairtrade troppo rigida e sostengono che i programmi di sostenibilità interna danno maggiore “flessibilità”. In realtà, quello che intendono è “controllo”: controllo su come sono stabiliti i prezzi delle materie prime, su come selezionare o scartare i produttori, su come gli agricoltori coltivano la terra o perfino su come vivono».

Negli scaffali dei supermercati e ipermercati, dove è concentrata la spesa di massa, ci sono già centinaia di bollini di sostenibilità e per i consumatori è un “affaticamento da etichetta”, scrive Subramanian, con il rischio di cadere nel greenwashing, ovvero lavarsi la coscienza, comprando prodotti verdi o solidali, reclamizzati da spot di marketing etico, non sempre veritieri e talvolta ingannevoli.

Per una scelta giusta, bisogna dubitare e informarsi. Pure sulle stesse organizzazioni del CES. Nell’inchiesta, è citato uno studio del 2014 della Soas University di Londra sulle condizioni lavorative nelle piantagioni di tè e caffè in Etiopia e Uganda, risultando che i braccianti dell’equosolidale erano malpagati e più sfruttati, rispetto a quelli dei campi convenzionali, ma Fairtrade dichiarò all’epoca che si trattava di “paragoni distorti”.

Per osservare più da vicino la realtà, segnalo il reportage «Chi paga il conto per le banane equosolidali» del giornalista Stefano Liberti – pubblicato da Internazionale online il 22 maggio 2017 – sulle piantagioni nella Repubblica Domenicana, dove operano le imprese Banelino e Plantaciones del Norte, aderenti a Fairtrade, con manodopera costituita prevalentemente da immigrati della vicina Haiti. Liberti ha incontrato padre Regino Martínez, un gesuita impetuoso alla maniera del duo Hill-Spencer, che denuncia la miseria assoluta in cui vivono gli operai haitiani, senza possibilità di negoziare i salari che, nonostante il premio, sono bassissimi, e pone una questione fondamentale: ha senso parlare di commercio equo e solidale quando nelle piantagioni i lavoratori sono pagati cinque dollari al giorno?

I fluorescenti colori dello sfruttamento

di Saverio Pipitone [pubblicato il 2/10/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

In principio fu esplosione di stelle in collisione con il forgiarsi di una bianca e lucente materia metallica che cadde sulla Terra.

Nel 1901 quel metallo cosmico venne isolato, mediante un processo di separazione per cristallizzazione, dallo spettroscopista e chimico francese Eugène-Anatole Demarcay, che ottenne una delle ultime terre rare; gli diede il nome di “Europio”, in onore del continente europeo, con simbolo Eu e posizione numero 63 della tavola periodica.

Nel frattempo, il Giappone annetteva nel pacifico il piccolo atollo Minami-Torishima e oltre un secolo dopo, nel 2012, la nave oceanografica Kairei dell’agenzia pubblica giapponese JAMSTEC individuò, attorno alla costa e a 5 chilometri di profondità dell’isolotto, circa 16 milioni di tonnellate di minerali rari tra cui l’europio con un potenziale di estrazione per 620 anni. E se non bastasse, il telescopio nipponico Subaru ha di recente visto una cospicua giacenza del medesimo metallo sull’astro J1124+4535 nella costellazione dell’Orsa Maggiore.

A livello mondiale è stimato che, a fronte di riserve di 150.000 tonnellate, la produzione di europio è di 100 tonnellate annue, per un prezzo che oscilla dai 100 ai 500 dollari al chilogrammo, con un giro di affari di 209 milioni di dollari nel 2016 e una previsione di quasi 310 milioni per il 2025.

Come tutte le terre rare, è sempre più richiesto per la fabbricazione di elettronica di consumo – dal 1965 è usato per il fosforo rosso nei televisori – ma grazie alla peculiarità della luminescenza è anche adatto per misure di anticontraffazione nella filigrana delle valute cartacee.

Nel 2002, con l’entrata in circolazione dell’Euro, i chimici olandesi Freek Sujver e Andries Meijerink dell’Università di Utrecht esaminarono le banconote in luce ultravioletta, rilevando degli inchiostri a base di europio: verde nella mappa dell’Europa, giallo o rosso nel serto stellato, blu per i monumenti. E in assenza di uno dei colori, il denaro è falso.

Dalla nascita dell’Euro ad oggi, sono stati ritirati 11 milioni di biglietti fasulli, soprattutto nei tagli da 20 e 50, pari soltanto allo 0,01% delle banconote vere coniate ed immesse sul mercato che ammontano in 107,4 miliardi di pezzi per un valore complessivo di 3,9 bilioni.

La quantità di Euro da produrre è decisa dalla Banca Centrale Europea, mentre l’emissione è demandata alle banche centrali nazionali con stamperie pubbliche o avvalendosi di tipografie private, tra cui la De La Rue quotata alla Borsa di Londra. Ad esempio, in Italia l’intero ciclo di creazione della cartamoneta è fatto direttamente dalla Banca d’Italia nel proprio stabilimento di Roma Via Tuscolana 146, dotato di macchinari di stampa e taglio. Le materie prime, che comprendono carta filigranata, inchiostri ed elementi di sicurezza, sono acquistati all’esterno e uno dei fornitori storici è la cartiera francese Europafi della Banque De France. Negli ultimi mesi è stata però attivata la Valoridicarta Spa, di proprietà dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, insieme alla stessa Banca d’Italia, a cui la nuova società fornirà carta e sistemi di sicurezza anticontraffazione realizzati nello stabilimento di Foggia.  

Per gli approvvigionamenti di europio, i principali attori globali sono le imprese statali Baotou Iron & Steel (Cina) e Indian Rare Earth (India), nonché le quotate Arafura Resources, Hastings Technology e Lynas (Australia), Rare Element Resources (Stati Uniti), Great Western Minerals, Canada Rare Earth, Avalon Advanced Materials e Neo Performance Materials (Canada), nelle quali i primari azionisti sono fondi di investimento, speculatori e commodity traders.

L’europio abbonda nell’area asiatica con una posizione predominante della Cina, dove sono concentrate le maggiori riserve di terre rare. Uno dei più grandi giacimenti al mondo è nella Mongolia cinese in località Bayan Obo del distretto di Baotou per un circondario di oltre 2 milioni di abitanti. La zona è disseminata da impianti di estrazione e raffinerie, che per ogni tonnellata di concentrato di terre rare in lavorazione, generano 10.000 metri cubi di gas di scarico e 75 metri cubi di acque reflue acide, con un mix di rifiuti tossici, perfino radioattivi, gettati in prevalenza nel vicino lago artificiale della diga Weikuang, inquinando l’ambiente circostante.   

Inoltre, uno studio del Baotou Medical College (pubblicato ad ottobre 2018 sulla rivista scientifica Medicine) ha rilevato nelle urine di 128 bambini, dai 6 ai 13 anni, residenti a Bayan Obo, delle tracce di terre rare che in eccessive quantità danneggiano il sistema nervoso e riproduttivo, ipotizzandosi che l’assorbimento nell’organismo avviene attraverso acqua, aria e cibo. In particolare, risultano contaminate le derrate più consumate in Cina quali cereali, ortaggi, pesce, carne e uova, secondo quanto stabilito da un’analisi del centro di sicurezza alimentare cinese CFSA (pubblicata nel giugno 2012 nel giornale Biomedical Environmental Sciences). 

A Bayan Obo la miniera venne aperta nel 1958 e all’epoca era un luogo di comunità agricole dedite alla policoltura di pomodori, melanzane, cavoli, angurie e altre piante, con pascoli o allevamenti di pecore, capre, mucche, galline, maiali e cavalli. Dal 1990 il boom della domanda di terre rare, da parte dell’Occidente per supportare uno smisurato sviluppo tecnologico nella società dei consumi, distrusse il territorio naturale: perdita dei raccolti, senza attecchire nulla; morte degli animali; gravi malattie tra la popolazione, dal diabete all’osteoporosi e dall’ictus ai tumori.

Nel 2001 e nel 2006, il centro minerario fu osservato dal radiometro ASTER ad alta risoluzione della NASA, riscontrandone un allargamento rispetto al passato con più ampie zone di nero per le rocce, marrone scuro per le praterie, rosso fosforescente per la vegetazione e verdastro per l’acqua, ma non sono i colori dell’europio, come nei soldi e TV, è l’effetto di un disastro ecologico.

Nell’orda degli Outlet di Parndorf

di Saverio Pipitone [pubblicato il 10/9/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

8.30 di giovedì 22 agosto 2019. Nelle adiacenti megastrutture Designer Outlet e Fashion Outlet di Parndorf è il giorno del Late Night Shopping: sconti eccezionali fino all’80% e chiusura alle 23.00. Posizionate strategicamente in Austria, al confine con Slovacchia e Ungheria, racchiudono 230 negozi e 20 ristoranti su 70.000 metri quadri tra portici, gallerie e edifici, in architettura viennese.

Il parcheggio è quasi pieno e nel giro di qualche ora non ci sarà posto con migliaia di auto dalle targhe di diversi paesi europei, più dei pullman con passeggeri di nazionalità lontane quali statunitense, giapponese, coreana, araba ed altre. Davanti ai punti vendita, decine di persone sono ordinate in fila, aspettandone l’imminente apertura, per accaparrarsi le merci griffate low cost.

L’outlet è un format distributivo generato dall’alleanza fra imprese immobiliari che costruiscono ed amministrano il center e industrie di beni di largo consumo nella gestione diretta dello store, che di solito è monomarca e di prestigiose firme. Dall’abbigliamento agli accessori e dai gioielli ai casalinghi, il saldo è perenne, in genere dal 30% al 70%, trattandosi di rimanenze di magazzino, cioè collezioni passate o fuori moda e modelli difettati, sostanzialmente dei rifiuti da smaltire. Nonostante lo sconto, il produttore mantiene il prezzo finale piuttosto elevato per parecchi articoli, evitandone la svalutazione, come invece accadrebbe se finissero nel canale indiretto dei mercati cittadini o rionali con un costo maggiormente abbassato ed accessibile a tutti.

Negli Outlet di Parndorf, durante la giornata una marea di gente intasa le vie e si riversa nei punti vendita, ci sono code ovunque, è stimata la presenza di 80.000 visitatori. Molti marciano agitati, con sguardo fisso e sbarrato, nemmeno si accorgono degli ostacoli del percorso, sbattendo in qua e in là; per loro l’unico tarlo è trovare l’oggetto giusto. È un’ammucchiata di individui all’assalto delle cose. Ci sono dei tipi rapidi nel fiutare il buon affare, chi compra in modo impulsivo o gli indecisi che cedono all’acquisto soltanto per uscire da uno stato di ansietà. Certuni, un po' esausti, fanno pausa nelle artificiali oasi verdi allestite con divanetti, ombrelloni e musica, per una sensazione di vacanza. Altri ritornano nell’attiguo hotel a 4 stelle, con annesso centro benessere, dove alloggiano per due notti usufruendo del “pacchetto shopping”. Intanto, nella stessa area, degli operai lavorano all’edificazione di nuove strutture che, oltre agli esercizi commerciali, includeranno cinema multisala, motel e vari spazi ricettivi.


L’outlet è miscuglio di mercanzie e svaghi, per esperienze di shoppertainment, all’interno di una realtà simulata, dietro cui aleggia una precisa regia, alla maniera di un set cinematografico o palcoscenico teatrale, che riproduce un perfetto paesello in differenti stili architettonici con piazze, fontane, segnaletica, torri e case colorate dalle finte finestre. Vuoto di socialità, è popolato unicamente da comparse che recitano un copione della sola dimensione esistente: il consumo.

8.30 di giovedì 27 agosto 2015. Come ogni anno, è il Late Night Shopping. Nel corso della giornata, le auto, in entrata e in uscita per gli Outlet, restano però imbottigliate nella circostante arteria autostradale dell’A4, a causa di un intervento della polizia, per controllare e rimuovere, ad un paio di chilometri di distanza, un camion abbandonato nella corsia d’emergenza. Sulle fiancate ha l’insegna slovacca di pollame Hyza, anche se l’azienda non è più proprietaria del mezzo. Dal portellone posteriore, appena aperto, fuoriesce un liquido maleodorante; dentro la stiva, ammassati in 5 metri di superficie, ci sono 71 cadaveri di uomini, donne e bambini: iracheni, siriani e afgani, di età compresa da 1 a 56 anni, che fuggivano dalla guerra. Erano stati caricati a Roszke, sulla frontiera ungherese-serba, con destinazione Monaco in Germania, ma il contrabbandiere sigillò ermeticamente il container e nel tragitto, per mancanza di ventilazione ed alta temperatura, morirono asfissiati.

Un terrificante evento che cala il sipario sulla commedia consumista, svelando la complessità e tragicità della vita reale. Per la poeta Asiya Wadud a Parndorf, così pure a Calais e nel Mediterraneo, c’è un piano di faglia, uno squarcio tattile e irreparabile, che si estende «oltre il confinamento di questi particolari siti di migrazione, contenimento, e dislocazione. […] radicato nelle idee sbagliate coloniali».

P.S. Quando hanno trovato il camion sull’autostrada io ero lì, in uscita dall’Outlet, restando bloccati perché stavano facendo tutti i rilievi per rimuoverlo, poi ho saputo della tragedia. I giornali che hanno parlato della vicenda, sia stranieri (soprattutto austriaci e tedeschi) sia italiani, tra cui una lunga inchiesta del Der Spiegel (se non ricordo male), non hanno nemmeno accennato che a circa ad un chilometro di distanza, quel giorno, c’erano migliaia di persone stipate dentro l’Outlet a fare nulla, acquisti di beni superflui, cose senza senso.
Per quelle 71 persone morte, perfino Himmler quando iniziarono ad uccidere gli ebrei dentro i camion e li vide così ammassati vomitò, dicendo che era meglio trovare un altro sistema per ucciderli perché non reggeva a quella situazione.
A volte penso che non c’è via di uscita.

L’imperialismo di Mister Ikea e la libertà di Tyler

di Saverio Pipitone [pubblicato il 19/7/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

Purificatore d’aria, terrario, miniorto, lampade avveniristiche e mobiletti modulari in legno riciclato. È la collezione Rumtid (spaziotempo) di Ikea, in lancio nel 2020 per ambienti ristretti, progettata dopo che cinque designer stettero per tre giorni nella capsula Mars Desert Research Station della NASA nel deserto statunitense dello Utah con la riproduzione delle condizioni abitative su Marte.

Ammobiliare altri pianeti era il sogno del fondatore Ingvar Kamprad, nato nel 1926 e deceduto nel 2018. In ufficio conservava una cartolina con un divano Ikea sul suolo lunare e il cosmonauta russo Aleksej Leonov gli donò nel 2004 un proprio dipinto con una filiale del mobilificio sulla Luna.

Con padre proprietario terriero di origine tedesca e madre svedese di famiglia di mercanti, da piccolo Ingvar commerciava fiammiferi a 5 corone, che acquistava a 1,5. Nel 1943, aiutato dai genitori, intraprese la distribuzione per corrispondenza di decorazioni natalizie, cartoleria ed oggettistica, registrando la ditta Ikea: acronimo delle iniziali del suo nome e cognome, della fattoria Elmtaryd e del villaggio Agunnaryd dove crebbe. Nello stesso periodo sostenne il movimento nazista in Svezia, ma in seguito dichiarò che «fu uno sbaglio di gioventù». Nel 1958 aprì il primo negozio di arredi nella cittadina svedese di Älmhult, oggi sede del museo aziendale e del quartiere generale con la statua di una brugola gigante all’ingresso.

Originariamente Ikea aveva la “é” accentata in acuto, i mobili si chiamavano Antoinette, Lido, Capri, Milano o Texas, i punti vendita erano rosso e bianco. Negli anni Settanta avvenne un profondo restyling voluto da Ingvar Kamprad che scrisse “Il testamento di un mobiliere” per indicarne le direttive: arredamento fai-da-te, tipicamente svedese, funzionale e di design, a basso prezzo, che esprima individualità, per una vita migliore per tutti.

Idee che all’epoca erano politicamente conformi al partito socialdemocratico con il premier Olof Palme al Governo della Svezia che, tramite il manifesto della “Famiglia del futuro”, promuoveva l’individualismo, senza legami sociali ed economici, svincolando la donna dall’uomo e i figli dai genitori, al fine di una felice esistenza, anche se adesso gran parte della popolazione vive sola, ci sono molte mamme single da inseminazione artificiale e gli anziani muoiono abbandonati.

Ikea procedette dunque all’eliminazione dell’accento alla francese, alla ricolorazione in giallo e blu delle filiali, alla designazione degli arredi con nominativi di laghi, fiumi e località scandinave. Pure per la Danimarca, sebbene non rientri geograficamente nella penisola nordica, vennero usati i nomi di alcune città, ma per oggetti calpestabili quali gli zerbini Köge e Sindal o il rivestimento di pavimenti Nivå; una tavoletta da water fu chiamata Öresund dal ponte che collega la Svezia alla costa danese.

Con tale superiorità e identità svedese, Ikea va alla conquista del mondo, omologa gusti e stili, ed ikeizza le case, dall’Europa all’America e dall’Africa all’Asia, sviluppando nel tempo un enorme giro di affari che nel 2018 ammonta in € 25,5 miliardi con profitti di € 1,4 miliardi. La base del successo, oltre all’induzione allo shopping, è risparmiare il più possibile sui costi, dagli approvvigionamenti alle tasse. Ad esempio, per ridurre il carico fiscale, sono effettuati degli scambi infragruppo di beni e servizi, che consentono legalmente di spostare voci di bilancio positive nei Paesi a tassazione agevolata o “paradisiaca”, evitando di pagare imposte fino a € 150 milioni annui.

Per custodire i guadagni e il patrimonio familiare (valutato in $ 50 miliardi) è stato edificato da Ingvar Kamprad, insieme all’avvocato Hans Skalin, un fortino societario inespugnabile. A monte c’è la Fondazione Interogo dei Kamprad, con sede nel Liechtenstein, che si pone a capo di due gruppi separati: Inter Ikea Holding BV nei Paesi Bassi per l’operatività industriale e commerciale; Interogo Holding AG in Svizzera per le attività speculative allo scopo di creare valore a lungo termine per assicurare solidità, indipendenza e longevità all’impero Ikea. Fra i diversificati investimenti, dall’immobiliare al finanziario, sono mantenute delle partecipazioni strategiche nelle aziende scandinave Intrac Group che produce cingolati per deforestazione e Lekolar che progetta sistemi educativi per habitat pedagogici nelle scuole primarie, così che ad Ikea non mancheranno mai le materie prime: legname e futuri avventori.

I megastore Ikea sono 422 con quasi 1 miliardo di visitatori all’anno e lo spazio espositivo, uguale in tutti i luoghi, è strutturato per massimizzare le vendite. Il consumatore, già all’entrata, è subito invogliato all’acquisto, imbattendosi nei “canestri” o “apri portafogli” con cestoni quadrati a rete che contengono prodotti attraenti a prezzi stracciati, e negli “interni” con stanze arredate a puntino per attirare le individualità personali, per poi proseguire nei “reparti” su ampie superfici con un’offerta generalista di divani, letti, armadi, scrivanie, tavoli e sedie. Le frecce a terra lo pilotano in un susseguirsi di rettilinei di 10-15 metri e curve alterne in opposte direzioni, con un tortuoso percorso dove lo sguardo è sempre rivolto in avanti e ad ogni giravolta è obbligato ad osservare l’intero assortimento, senza nemmeno vedere le scorciatoie verso l’uscita che lascia alle spalle. Equipaggiato di borsa gialla dai manici blu – concepita per muovere liberamente le mani – afferra durante il tragitto un’altra miriade di articoli mozzafiato ed è costretto a sostituire il colmo borsone con il carrello giungendo alle casse strapieno di scatole di merci.

L’anonimo protagonista del romanzo Fight Club, perseguitato dalla solitudine e consumista monodose, afferma: «Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. […] Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto. Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te». Lui, in schizofrenia nelle sembianze di Tyler, con istinto primordiale si libera dalla possessione delle cose e a modo suo ritorna alle relazioni umane.

L’etica in soffitta di Coop tra rose, farmaci e forzieri

di Saverio Pipitone [pubblicato il 13/6/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

A Torino in Via Palma 7 la Società generale di mutuo soccorso degli operai il 4 ottobre 1854 aprì uno spaccio alimentare, chiamandolo Magazzino di previdenza. I prodotti erano venduti agli associati al “primitivo costo”, cioè ad importi convenienti e leggermente superiori a quelli di acquisto, con un guadagno che serviva solo a coprire le spese gestionali.

Da questo modello discende l’insegna Coop con il primo negozio a Reggio Emilia nel 1963, per creare successivamente il principale sistema cooperativo italiano di grande distribuzione organizzata che comprende Coop Lombardia, Coop Liguria, Coop Centro Italia, Unicoop Tirreno, Unicoop Firenze, Novacoop e Coop Alleanza, con un migliaio di strutture tra ipermercati, supermercati, superette e superstore, per una dimensione affaristica aggregata intorno ai € 14 miliardi annui.

Coop ha nel tempo diversificato l’attività, oltre il retail, penetrando in svariati settori quali finanziario, immobiliare, editoria, librerie, telecomunicazioni, utenze luce gas, carburanti, agenzie viaggio, e-commerce, assicurazioni, ospedaliero e farmaceutico. Grazie alle liberalizzazioni del “compagno cooperante” ed ex Ministro dello sviluppo economico Pier Luigi Bersani, possiede un proprio marchio di aspirina e 156 corner con 4.000 referenze low cost di OTC, omeopatici, veterinari e parafarmaci. La sanità negli scaffali del supermarket induce però il consumatore a fare incetta ed imbottirsi di medicine, anche per semplici raffreddori, emicranie e disturbi gastrointestinali.

I proprietari di Coop sono circa 7 milioni di persone che con una quota di € 25 diventano soci e ricevono una Carta di appartenenza, assumendo il doppio ruolo di cliente a cui in esclusiva sono offerti sconti o premi e di lavorante senza compenso, ma portatore di plusvalore, come quando, durante la spesa, utilizza il lettore ottico Salvatempo o lo smartphone per prezzare direttamente le merci, contribuendo alla velocizzazione delle operazioni di cassa.

I soci possono inoltre depositare i risparmi nei forzieri del prestito sociale, pari a € 9-10 miliardi, che Coop reinveste in titoli di Stato, obbligazioni bancarie e partecipazioni societarie, specialmente nel gruppo Unipol, di cui è il primario azionista, svolgendo attività speculative con numeri simili ad una banca: dal 2013 al 2017 la gestione finanziaria ha generato risultati positivi di € 1,4 miliardi, compensando i margini cumulati negativi di € 415 milioni dalla vendita di beni di largo consumo (dati Mediobanca).

Il prestito sociale è pure fonte di risorse per lo sviluppo della rete distributiva. Ad esempio nel periodo 2016-18 Coop Alleanza ha investito € 600 milioni nel rinnovo dei punti vendita per renderli attrattivi e in particolare € 30 milioni sono stati destinati nel 2017 per il totale rifacimento sperimentale dei tre ipermercati più ampi e frequentati negli shopping center Grandemilia di Modena, Esp di Ravenna e Centro Nova di Castenaso/BO.

Il nuovo format, denominato Extracoop, supera il tradizionale modello di ipermercato con un layout progettato per allungare la permanenza del consumatore. Le aree di passaggio sono state ampliate posizionando al centro il cibo con “la via dei freschi”: dal pane reclamizzato come appena sfornato, ma ottenuto dalla doratura del parzialmente cotto e surgelato che l’indomani è immangiabile, alle verdure o frutta di IV e V Gamma imballate in tanta plastica. Attorno è collocata “la via della scoperta” con elettronica, casalinghi, abbigliamento, cartoleria, giocattoli, igiene domestica o personale ed altro. Tra le due “vie” le mercanzie sono tutte visibili in modo da riporle simultaneamente nel carrello. La barriera delle casse è stata arretrata per piazzare degli shop a marchio Coop con affaccio nella galleria commerciale, dalla gioielleria all’ottica fino al ristoro, spingendo il consumatore a proseguire negli acquisti.

Una novità è lo shop di piante e fiori in partnership di fornitura con il brand Monceau Fleurs del gruppo francese Emova. Attenzione, però, perché le loro rose sono strapiene di pesticidi come documentato nel 2017 dal test di laboratorio della rivista «60 Millions de Consommateurs» che ha rilevato un cocktail di sostanze tossiche fra cui gli insetticidi neonicotinoidi accusati di apicidio e il fungicida dodemorph dannoso per organismi acquatici. Le rose distribuite da Emova provengono dalle serre olandesi, ininterrottamente illuminate e riscaldate, oppure dalle piantagioni in Ecuador, Etiopia e Kenya, con trasporto aereo e camion refrigerati per viaggi di 9.000 km: in entrambi i casi il dispendio energetico è abnorme. Sul territorio keniota l’industria floreale è concentrata ad un’altitudine di 2.000 metri nella città di Naivasha con un lago che sta morendo a causa dell’estrazione giornaliera di 20.000 metri cubi di acqua per irrigare e del deflusso di scarti chimici da fertilizzati e diserbanti, determinandosi una moria di pesci e di bestiame che beve l’acqua inquinata. Gli operai lavorano in condizioni disumane con turni massacranti, senza protezioni di sicurezza e norme igieniche, spesso vittime di abusi sessuali, per una misera paga mensile che non arriva nemmeno a 100 dollari. 

Ma Coop Alleanza – promotrice di sostenibilità ambientale e dal 1998 certificata SA8000 per l’eticità del lavoro nella filiera di fornitura – ha controllato, prima di stipulare l’accordo, l’origine dei fiori del partner Monceau Fleurs?

Concludo con Mario Frau, ex dirigente Novacoop e autore del libro La Coop non sei tu, dove testimonia che la Coop ha sacrificato il mutualismo delle primigenie cooperative, in nome del profitto e dell’arricchimento, mostrandosi adesso con due facce: «da un lato quella accattivante dei presunti valori distintivi di socialità e di solidarietà che coglie tutti i vantaggi e i benefici riservati alle società cooperative, dall’altra quella che sfrutta spregiudicatamente tutti i vantaggi del collateralismo politico e del mercato capitalistico».

Benvenuti nei Templi dello shopping: strutture geneticamente manipolate

di Saverio Pipitone [pubblicato il 18/4/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

Con questo articolo comincio nel Blog un excursus a più puntate tra centri commerciali e grande distribuzione organizzata, svelandone fatti e misfatti, per poi indicare delle possibili alternative.

Partiamo dalle origini. Il 9 ottobre 1917 al droghiere Clarence Saunders approvarono il brevetto “Self-Serving Store” (numero serie US 1.242.872), depositato l’anno prima, dopo che l’11 settembre 1916 aveva aperto al 79 di Jefferson Avenue a Memphis, nel Tennessee, un innovativo negozio di 100 mq ad insegna Piggly Wiggly. Un’unica entrata con tornello conduceva in un serpeggiante e circoscritto percorso di quattro corridoi tra scaffali paralleli, contenenti 600 prodotti prezzati, dal fresco al confezionato, che il cliente inevitabilmente visualizzava e in automatico si serviva da sé, senza assistenza e dialogo, fino all’uscita, dove l’attendeva un registratore di cassa.

Iniziò così l’estinzione della tradizionale piccola bottega e lo sviluppo del moderno supermarket. Nel giro di un secolo le superfici di vendita divennero sempre più ampie raggiungendo il top dell’evoluzione con l’ipermercato – 20.000 metri quadri e 50.000 referenze food e non-food – per una grande distribuzione organizzata, in sigla GDO, come motore della società dei consumi.

Le strutture della GDO sono di solito ubicate attorno alle città e vicine agli sbocchi autostradali e tangenziali, con parcheggi multipiano o sotterranei, per essere raggiunte facilmente ed accedere velocemente nelle gallerie o corsie del consumo con le merci ordinate “tutte sotto lo stesso tetto”.

In Italia le principali insegne distributive, come Coop, Conad, Esselunga, Auchan e Carrefour, si trovano all’interno di circa 1.000 centri commerciali che occupano oltre 15 milioni di mq di territorio per 1,8 miliardi di visitatori all’anno.

Ad esempio il Centro Meridiana di Casalecchio di Reno/BO è su una superficie di quasi 35.000 mq con parcheggio per 1.800 auto, una quarantina di attività commerciali, aree ristoro, palestra, multisala cinematografica e piazze all’aperto per concerti, sfilate di moda, esibizioni artistiche, pista di pattinaggio ed eventi. Nelle vicinanze, a meno di tre chilometri, erge poi la “stella cometa” di IKEA che guida il consumatore nello Shopville Gran Reno, altra megastruttura, su cui di recente è stato avviato un progetto di ampliamento, ed è probabile che in futuro i due centri possano congiungersi, con la nascita di un vero e proprio distretto commerciale per un nuovo modello del “tutto sotto lo stesso cielo” in cui trascorrere la giornata o l’intero week-end.

Entro il 2021 in Italia è inoltre prevista una colata di cemento su 1,3 milioni di mq per altri shopping center e il più grosso è il Westfield nell’area dell’Ex Dogana alle porte di Segrate/MI con 185.000 mq su cui sorgeranno 300 negozi, 50 ristoranti, un cinema di 16 sale e 10.000 posti auto, per un bacino di utenza di 6,3 milioni di abitanti e un potenziale di spesa di oltre € 50 miliardi.

Nonostante le periferie siano sature, la GDO non arresta l’avanzata e da qualche tempo espugna anche dei contesti già edificati, come i negozi di prossimità e le vecchie fabbriche dismesse nei centri popolati, cancellandone la memoria storica, oppure penetra nelle zone di transito quali aeroporti, stazioni ferroviarie e porti marittimi per un consumismo nomade.

I grandi spazi commerciali sono progettati scientificamente dai “demiurghi” della distribuzione organizzata per attrarre, coinvolgere e incanalare il maggior numero di persone, impadronendosi del loro tempo libero. L’antropologo francese Marc Augé li chiama “non-luoghi” perché privi di identità, relazioni e storicità, senza vita sociale e culturale, mentre il sociologo statunitense George Ritzer li definisce “cattedrali del consumo” per le dinamiche rituali tipiche della religione in un rapporto sacrale con la merce.

L’iperconsumatore è catapultato in una dimensione irrazionale, finta ed illusoria, slegandosi dal reale e smarrendo il senso del tempo. Con un apprendistato tra messaggi visivi, sconti, offerte speciali, buoni acquisto, premi e carte fedeltà, diviene un adepto dei Templi dello shopping indotto, impulsivo e sfrenato. Riduce l’esistenza al solitario e istantaneo atto del consumo, per un continuo accumulo di beni – senza più considerarne il valore d’uso e molto spesso superflui – che accrescono a dismisura lo spreco: sciagura del XXI secolo.

Nei decenni successivi al brevetto di Clarence Saunders, negli Stati Uniti aprirono i primi shopping center e in uno di essi venne nascosta una videocamera per registrare i movimenti delle palpebre degli avventori nel momento in cui si aggiravano tra gli scaffali; il numero dei battiti scendeva alla media di quattordici al minuto, come i pesci, facendoli precipitare in una forma di trance ipnotica. La sindrome è chiamata Transfer di Gruen (dal cognome dell’architetto austriaco Victor) che provoca perdita di controllo decisionale e confusione da input consumista con sintomi di sguardo vitreo, assenza di orientamento e suggestionabilità.

Peggio ancora è scadere nella violenza alla maniera di Arnold Schwarzenegger nella commedia “Una promessa è una promessa” quando a Natale, nel centro commerciale, bisticcia e picchia per comprare al figlio l’introvabile giocattolo Turbo-Man. Come disse Tim Magill – progettista del gigantesco Mall of America (dove fu girato il film) – «Vogliamo farvi perdere la testa».

La corsa alla terra nel cuore dell’Impero

di Saverio Pipitone [pubblicato l'1/5/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

Fenomeno crescente del XXI secolo è l’accaparramento della terra o land grabbing. Colpisce Africa, Asia, America Latina ed Est Europa, dove molto spesso i Governanti vendono o affittano i terreni alle multinazionali dell’industria e della finanza, espropriandoli ai piccoli contadini che, ridotti in miseria, diventano migranti economici.

Nei Paesi poveri o in via di sviluppo, le terre agricole – sempre più scarse a causa dell’urbanizzazione e del cambiamento climatico – che sono state accaparrate dal 2000 al 2018 ammontano in 31 milioni di ettari, di cui 19,7 milioni per alimenti e 9,7 milioni per biocaburanti, con nuove forme di latifondo per moltiplicare la produttività al fine di guadagnare dall’impennata della domanda di mercato che si avrà con il boom demografico della popolazione globale dagli attuali 7,6 miliardi a 9,7 miliardi nel 2050 e 11 miliardi nel 2100.

Da qualche tempo pure gli Stati Uniti sono bersaglio dell’accaparramento terriero. Le aziende dell’agrobusiness e i fondi di investimento cercano di impossessarsi dei suoli arabili con determinate peculiarità: posizione favorevole, ampia dimensione, fertilità, fonti d’acqua, colture geneticamente modificate, agricoltura di precisione, diritti di proprietà, assicurazione sul raccolto, contributi pubblici. In prevalenza sono campi dai 1.000 agli oltre 5.000 ettari per rendimenti medi intorno al 10% annuo, con una produzione intensiva specialmente di mais, grano e soia.

Le monocolture su larga scala negli USA sono sorrette dal Governo con un sistema sovvenzionato a rischio zero. Se il profitto per ettaro diminuisce, scattano i sussidi federali per aggiungere nuovi terreni in modo da accrescere la redditività; un’ulteriore espansione è incentivata dai mandati statali per biocarburanti con la conversione di superfici erodibili e in zone umide. Nel caso di avversità naturali o rese abbondanti con eccesso di offerta che abbatte i prezzi, interviene la polizza assicurativa finanziata per il 60% dalle istituzioni pubbliche.

Le grandi fattorie dispongono poi di ingenti capitali per accedere alla costosissima tecnologia agricola tra OGM con pesticidi e fertilizzanti, editing genetico, attrezzature automatizzate e droni, per coltivazioni su vastissime estensioni.

Le piccole e medie imprese agricole, per mancanza di risorse, sono invece costrette a cessare e cedere l’attività o falliscono: dall’Arkansas al Dakota, la percentuale delle bancarotte è più che raddoppiata nel periodo 2008-2018. Nei prossimi 20 anni ci saranno inoltre parecchi contadini in età pensionabile che venderanno la terra, ma considerando che i giovani, benché manifestino volontà ed entusiasmo, non hanno il denaro o il sostegno pubblico e bancario per comprarla, è prevedibile che finisca nelle mani dei grossi produttori o speculatori, con la conseguente scomparsa delle comunità rurali che tante volte sono custodi di biodiversità.

Leader negli investimenti di land grabbing è il fondo pensione TIAA di New York, che aggrega 5 milioni di risparmiatori che sono dipendenti di 15.000 aziende dei settori accademico, medico, culturale e non-profit, per un totale di asset gestiti di 1 trilione di dollari. Mediante la controllata Nuveen, possiede nel mondo quasi 800.000 ettari di terreni agricoli, di cui circa 100.000 negli Stati Uniti sparsi tra Illinois, Indiana, Ohio, Arkansas, Louisiana, Mississippi, Florida, Idhao, California e Washington.

Il CEO è l’economista e giurista Roger Ferguson, ex manager di Swiss Re (assicurazioni), McKinsey & Company (consulenza strategica) e Federal Reserve (banca centrale); attualmente siede anche nel CDA della holding Alphabet, capofila del gigante informatico Google. Ha iniziato la carriera negli anni Ottanta nello studio legale newyorkese Davis Polk & Wardwell, dove conobbe la moglie Annette LaPorte Nazareth. Lei è un’avvocata specializzata in transazioni commerciali e finanziarie, con esperienze professionali in Lehman Brothers e Citigroup (banche d’affari), ed è stata commissaria SEC (agenzia federale vigilanza Borsa). Chissà di cosa parleranno quando sono insieme: dei progetti futuri di accaparramento terriero del fondo pensione o dei test segreti di robotica agricola nel laboratorio X di Google?

Il fondatore nel 1918 di TIAA è lo scozzese Andrew Carnegie (1835-1919). Negli Stati Uniti fece fortuna nell’acciaio con la Carnegie Steel Company di Pittsburgh, poi venduta nel 1901 per 303 milioni di dollari alla multinazionale finanziaria JP Morgan. È valutato come uno degli americani più ricchi di tutti i tempi. La moglie era Louise Whitfield Carnegie (1857-1946), che da vedova visse in una lussuosa dimora vicino a Central Park.

Nel 1930 in quella casa lavorava una cameriera appena diciottenne, sbarcata nello stesso anno a New York da un transatlantico salpato da Glasgow. Nativa del villaggio di Tong sull’isola scozzese di Lewis, faceva parte di una famiglia fittavola di un piccolo appezzamento rurale, ma all’epoca la zona venne impoverita dagli sfratti imposti dai latifondisti per avviare delle più redditizie attività industriali. Numerosissimi abitanti furono costretti ad emigrare per ragioni economiche alla ricerca di una vita migliore. La giovane cameriera era una di loro e si chiamava Mary Anne MacLeod (1912-2000), nel 1936 sposò un benestante immobiliarista ed ebbe cinque figli, il quartogenito è Donald Trump: 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

La corsa consumista tra miniere schiaviste e padroni del mondo

di Saverio Pipitone [pubblicato il 20/3/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

Nella contea di Vastmanland in Svezia il chimico Georg Brandt frugava tra gli scarti minerari alla ricerca di insoliti colori luminosi, per poi analizzarli nel laboratorio del Consiglio delle Miniere a Stoccolma. Era il 1730 quando ipotizzò che il blu della smaltite poteva contenere un nuovo elemento e, dopo 7 anni di studi, scoprì che si trattava di cobalto (Co – 27 della tavola periodica).

Nel nostro tempo questo minerale è usato per la fabbricazione di tecnologia ed elettronica e lo si trova in grandi quantità nella Repubblica Democratica del Congo, dove negli ultimi anni degli ingenti investimenti sono stati fatti dalle imprese cinesi: nel 2016 la China Molybdenum del miliardario Yong Yu ha acquistato dall’americana Freeport-McMoRan per 2,65 miliardi di dollari il giacimento di Tenke Fungurume che produce 1/4 del cobalto nazionale; nel 2018 la Gem Co ha stipulato un accordo con la svizzera Glencore per comprare 52.800 tonnellate di cobalto congolese fino al 2020.

Un’industria in Cina che lo richiede per costruire veicoli elettrici, dalle auto agli autobus, è la Build Your Dreams (BYD), fondata dall’imprenditore Wang Chuan-Fu che, in collaborazione con il cugino Lu Xiangyang (ex dirigente Bank of China), scommise su un progetto di elettrificazione della mobilità futura e ai dubbiosi investitori che chiedevano dove avrebbe preso il cobalto per le batterie, rispondeva: «Andremo a cercarlo in Congo, sono nostri amici».

Il minerale serve pure ad altre multinazionali tra cui Volkswagen e BMW per le automobili ibride, come ad Apple e Samsung per l’elettronica. Questi colossi ne domandano sempre di più e nel 2017 quello congolese ha coperto il 67% della richiesta mondiale, determinandosi un’impennata del prezzo che da gennaio 2016 a luglio 2018 è triplicato passando da 10 a 32 dollari la libbra, con enormi guadagni che in Congo vanno a vantaggio dei governanti in combutta a corporation straniere e a svantaggio di almeno 100.000 lavoratori, di cui 40.000 bambini – dato Unicef del 2014 – che lo estraggono a mano o con strumenti rudimentali per 12 ore al giorno alla misera paga di 2 dollari. Dal 1994 l’accaparramento minerario è una delle cause dei conflitti fra l’esercito statale e un centinaio di bande di ribelli armati che in un ventennio hanno devastato il territorio, provocando una drammatica emergenza umanitaria: 2,2 milioni di bambini malnutriti, 13,1 milioni di persone bisognose di aiuti per sopravvivere e oltre 4 milioni di civili sfollati.

Il giacimento di cobalto più capiente del Congo con 300.000 tonnellate per una produzione quarantennale è quello di Mutoshi a Kolwezi nella provincia di Lualaba e a settembre 2019 si concluderanno i lavori di ampliamento per estrarne potenzialmente 20.000 tonnellate annue. Il gestore che ha in concessione la miniera è la Chemaf del gruppo Shalina Resources con base a Dubai e di proprietà di Shiraz Virji, un imprenditore indiano che dagli anni Ottanta fa affari in Africa, dapprima come commerciante di spezie e poi nei settori dei farmaci e dei minerali.

Il cobalto della Chemaf è venduto alla multinazionale di trading Trafigura Group di Ginevra (Svizzera): fondata nel 1993 dal mercante minerario francese Claude Dauphin (deceduto nel 2015) è di proprietà dei circa 600 dirigenti dipendenti fra cui il CEO Jeremy Weir, che proviene da una pluriennale esperienza di responsabile commerciale e marketing per le materie prime nel gruppo finanziario Rothschild dell’omonima famiglia. Uno dei maggiori clienti che acquista il cobalto da Trafigura Group è l’azienda belga Umicore, collocandolo nel mercato delle batterie per tecnologia.

A eccezione di Chemaf, Shalina Resources e Trafigura Group, tutte le altre aziende menzionate sono quotate in Borsa e un azionista o investitore che hanno in comune è Vanguard Group, il più grande gruppo mondiale del risparmio gestito, che prende il nome dalla vincente nave inglese Vanguard del contrammiraglio Nelson nella battaglia del Nilo del 1798 contro i francesi. Con quartier generale in Pennsylvania, è stato fondato nel 1974 dal magnate della finanza John Bogle, per gli amici Jack, deceduto a gennaio 2019. Discendeva da ricche famiglie americane di origine scozzese: il bisnonno materno Philander Banister Armstrong era all’inizio del 1900 un manager alla presidenza della compagnia assicurativa Excelsior Fire che all’epoca fu messa in amministrazione controllata per l’emissione di fatture false per 137.500 dollari; il nonno paterno William Yates Bogle Senior era un impresario dell’industria conserviera e sanitaria, fondando la American Brick Corporation e la Sanitary Can Company, ma entrambe ebbero problemi finanziari. John Bogle era nato nel 1929, l’anno della “grande depressione” che colpì duramente rendite ed eredità familiari, portando il padre William Yates Bogle Junior all’alcolismo e al divorzio dalla moglie Josephine Lorraine Hipkins. Si laureò nel 1951 in Economia, con una tesi sui fondi comuni d’investimento, nella prestigiosa Università di Princeton che era molto selettiva ammettendo solo componenti dell’alta borghesia per creare un’élite studentesca con la garanzia di un futuro privilegiato.

Qualche anno fa Warren Buffet – oracolo e asso degli investimenti a Wall Street – affermò: «Se una statua deve essere costruita per onorare colui che ha dato il massimo agli investitori americani, è di John Bogle. Per me e per milioni di investitori è un eroe». In un quarantennio ha introdotto, diffuso e consolidato nel settore globale del risparmio gestito dei prodotti semplici, efficaci e a basso costo che hanno arricchito milioni di investitori con la movimentazione di una abnorme massa di denaro.

Vanguard Group gestisce oggi circa 5.000 miliardi di dollari e le proiezioni dell’agenzia di stampa economica Bloomberg stimano che raggiungerà i 10.000 miliardi entro il 2023, arrivando al traguardo prima del principale competitor e fondo di private equity newyorkese BlackRock che attualmente è a quota 6.000 miliardi, in una “gara” per il controllo del mercato finanziario combattuta a colpi di taglio dei costi mediante l’utilizzo di robo-advisor con sistemi di intelligenza artificiale che processano dati ed elaborano strategie di investimento, in sostituzione del lavoro umano, allo scopo di offrire prodotti sempre più low cost. La proprietà di Vanguard Group è degli stessi fondi che gestisce, molti dei quali More Risk More Reward (rischiosi e remunerativi), su cui i piccoli risparmiatori privati, operatori finanziari e investitori istituzionali investono divenendo una sorta di azionisti che partecipano ai profitti.

Se come narra l’aneddoto africano, chiunque – compresi gazzella e leone – sa che nel continente nero quando sorge il sole dovrà cominciare a correre per sopravvivere, nell’opulento Occidente ogni consumista sa che quando si sveglia dovrà andare di corsa ad acquistare l’ultimo esemplare di smartphone, buttando via il vecchio e ancora funzionante modello di appena un anno fa, mettersi a bordo di una moderna auto elettrica atteggiandosi da ecologista (ma di fatto usata soltanto per entrare nella ZTL dei centri storici nel proseguimento dello shopping); poi fare bancomat e richiedere l’estratto conto bancario per controllare i punti percentuali di guadagno sui risparmi investiti nei fondi di grossi gruppi finanziari per speculare nella produzione e distribuzione di quei superflui beni di consumo che nei Paesi ricchi sono indispensabili allo stile di vita, mentre in quelli poveri sono sinonimo di sfruttamento umano e devastazione ecologica.

«Pesticidi a tavola»

Recensione del giornalista Daniele Barbieri
[pubblicata il 18/3/2019 in www.labottegadelbarbieri.org]


Un libro indispensabile: db si sbilancia assai e vi invita a leggerlo (anzi studiarlo)

«Informazioni rigorose» che «difficilmente trovano sui media lo spazio che meritano» quando sono «scomode»: ha ragione Patrizia Gentilini (medico oncologo che fa parte di Isde, l’Associazione medici per l’ambiente) nella prefazione a «Pesticidi a tavola» con il sottotitolo «I veleni autorizzati che mangiamo e respiriamo» – Arianna editrice: 128 pagine per 12,90 euri – di Saverio Pipitone.

Conosco l’autore (ogni tanto collabora alla bottega) da anni e fin dall’inizio ho apprezzato la serietà delle sue indagini e la chiarezza della sua scrittura: due qualità indispensabili per un tema così difficile come quello che qui affronta Pipitone cercando di rispondere a tutte le domande, inclusa la più difficile ovvero «come possiamo evitare» (almeno in parte, cioè evitando i prodotti più pericolosi) di essere avvelenati quotidianamente.

Il libro parte dalla notte del 22 aprile 1915 quando a Ypres «la brezza spinge un gigantesco miasma verdastro… con un concentrato di 150 tonnellate di gas nocivo al cloro» verso le trincee francesi. Nei primi 10 minuti morirono 5000 uomini, perlopiù di quelle “truppe coloniali” che erano carne da macello e dunque sempre in prima linea. Pensavano così di vincere la guerra i tedeschi. I due responsabili di quell’orrore chimico erano Carl Duisberg della Bayer e lo scienziato Fritz Haber. Il secondo dopo la guerra vinse il Nobel per la chimica ma venne incriminato come criminale di guerra a causa della violazione delle convenzioni dell’Aja. Era un fanatico patriota ma paradossalmente la sua carriera fu bloccata da Hitler che aveva scoperto le sue origini ebraiche. Aggiungo un’informazione che nel libro non c’è: Clara Immerwahr, la moglie di Haber, pensava che il lavoro del marito era «una perversione della scienza» e il 2 maggio, pochi giorni dopo il primo uso dei gas, si sparò nel giardino di casa (il marito non andò neppure al funerale).

Perchè il libro parte da Ypres? Perchè lì comimciarono l’ecocidio chimico ancora in atto e l’avvelenamento collettivo che dalle trincee si è allungato persino sulle nostre tavole. Crimini di guerra proseguiti in crimini di pace.

La prima denuncia che fa breccia è nel 1962 con il libro-inchiesta «Primavera silenziosa» di Rachel Carson. Ma gli avvelenatori non sono stati fermati e anzi sono sempre più potenti. Pipitone racconta nei dettagli soprattutto la storia di G (così abbrevia il glifosato), il più diffuso e pericoloso fra i pesticidi, nato nel 1950 e oggi fiore all’occhiello della Monsanto che nel frattempo è diventata parte della già citata Bayer.

Fra i molti passaggi significativi del libro c’è il quinto capitolo che ricostruisce «la battaglia degli ulivi» ovvero il CODIRO – «complesso del disseccamento rapido dell’olivo» – e la xylella nel Salento. Una vicenda non conclusa dove l’unico dato positivo è (almeno per me) il protagonismo delle popolazioni.

Il 14esimo capitolo ricorda i «Poison Papers» e i «Monsanto Papers» ovvero i documenti che (a tonnellate) mostrano come i giganti della chimica mettano in atto – sborsando ovviamente fior di soldi – «comportamenti scorretti di manipolazione scientifica e di influenze o collusione con gli enti regolatori nel processo di autorizzazione dei pesticidi». E con i massmedia.

Come il 22 aprile 1915 è il simbolico inizio di un massacro mondiale che non registra soste, così il 27 novembre 2017 potrebbe essere l’emblema di una resistenza che non trovando spazio sui “grandi” media (si scrive Monsanto-Bayer ma si legge “sua santità”) si affida alla satira, oltrechè alla mobilitazione dal basso: quel giorno infatti sul giornale francese online «Urtikan.net» il disegnatore Large «raffigurava la bandiera dell’Europa su sfondo blu» non con le 12 stelle in cerchio ma con «api stecchite» – vedi qui sopra – a indicare che quel giorno l’Unione Europea, concedendo «il rinnovo di G per altri 5 anni», aveva dato un bell’aiuto alla catastrofe ecologica.

Mi fermo qui perchè per approfondire… dovrei riscrivere il libro.

Però fra i tanti dati e documenti (in coda c’è anche una ricca, utilissima bibliografia) voglio evidenziare una storia tutta italiana, quella del Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni” dell’Istituto Ramazzini che «nel 2015 ha pianificato un progetto di ricerca a lungo termine sul G e sul formulato Roundup Bioflow». Un’iniziativa che vive e cresce grazie al crowfunding; logico, visto che le istituzioni italiane… guardano altrove.