PESTICIDI A TAVOLA. UN LIBRO DI SAVERIO PIPITONE. LEGGILO, È SALUTARE! IN LIBRERIA E ONLINE.

Cibi e bevande che consumiamo quotidianamente, dalla prima colazione alla cena, potrebbero essere contaminati da un mix di tossici pesticidi.
Perché queste pericolose sostanze avvelenano quello che mangiamo? Quali sono i motivi per cui le autorità non intervengono? Che effetti possono avere sul nostro corpo?
Il libro racconta in modo divulgativo la storia dei pesticidi in generale e in particolare del glifosato, l’erbicida più utilizzato al mondo; chi li hai inventati, come funzionano, come e perché sono stati introdotti in agricoltura, quali sono i rischi per l’ambiente e quali malattie provocano. Riporta le ricerche sulla presenza di tracce pesticide negli alimenti, i principali studi scientifici sui rischi patologici per esposizione diretta da lavoro o indiretta da consumo, pareri di esperti interpellati e casi di persone che si sono ammalate.
La prefazione è dell’oncologa, ematologa e attivista ambientale Patrizia Gentilini, che scrive: «Il libro ripercorre in modo puntuale, documentato e avvincente le tappe più significative che hanno segnato, dopo la seconda guerra mondiale, la diffusione della chimica in agricoltura, attraverso quella che è nota come “Rivoluzione verde”. Ci offre l’occasione di informarci, di approfondire, di riflettere e, in definitiva, di prendere coscienza del fatto che abbiamo intossicato non solo l’ambiente, ma anche noi stessi, compromettendo la salute nostra e quella dei nostri figli».
Per conoscere la tematica, evitare cibo infetto e tutelare la salute, non perderti il libro!

 

Nell’orda degli Outlet di Parndorf

di Saverio Pipitone [pubblicato il 10/9/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

8.30 di giovedì 22 agosto 2019. Nelle adiacenti megastrutture Designer Outlet e Fashion Outlet di Parndorf è il giorno del Late Night Shopping: sconti eccezionali fino all’80% e chiusura alle 23.00. Posizionate strategicamente in Austria, al confine con Slovacchia e Ungheria, racchiudono 230 negozi e 20 ristoranti su 70.000 metri quadri tra portici, gallerie e edifici, in architettura viennese.

Il parcheggio è quasi pieno e nel giro di qualche ora non ci sarà posto con migliaia di auto dalle targhe di diversi paesi europei, più dei pullman con passeggeri di nazionalità lontane quali statunitense, giapponese, coreana, araba ed altre. Davanti ai punti vendita, decine di persone sono ordinate in fila, aspettandone l’imminente apertura, per accaparrarsi le merci griffate low cost.

L’outlet è un format distributivo generato dall’alleanza fra imprese immobiliari che costruiscono ed amministrano il center e industrie di beni di largo consumo nella gestione diretta dello store, che di solito è monomarca e di prestigiose firme. Dall’abbigliamento agli accessori e dai gioielli ai casalinghi, il saldo è perenne, in genere dal 30% al 70%, trattandosi di rimanenze di magazzino, cioè collezioni passate o fuori moda e modelli difettati, sostanzialmente dei rifiuti da smaltire. Nonostante lo sconto, il produttore mantiene il prezzo finale piuttosto elevato per parecchi articoli, evitandone la svalutazione, come invece accadrebbe se finissero nel canale indiretto dei mercati cittadini o rionali con un costo maggiormente abbassato ed accessibile a tutti.

Negli Outlet di Parndorf, durante la giornata una marea di gente intasa le vie e si riversa nei punti vendita, ci sono code ovunque, è stimata la presenza di 80.000 visitatori. Molti marciano agitati, con sguardo fisso e sbarrato, nemmeno si accorgono degli ostacoli del percorso, sbattendo in qua e in là; per loro l’unico tarlo è trovare l’oggetto giusto. È un’ammucchiata di individui all’assalto delle cose. Ci sono dei tipi rapidi nel fiutare il buon affare, chi compra in modo impulsivo o gli indecisi che cedono all’acquisto soltanto per uscire da uno stato di ansietà. Certuni, un po' esausti, fanno pausa nelle artificiali oasi verdi allestite con divanetti, ombrelloni e musica, per una sensazione di vacanza. Altri ritornano nell’attiguo hotel a 4 stelle, con annesso centro benessere, dove alloggiano per due notti usufruendo del “pacchetto shopping”. Intanto, nella stessa area, degli operai lavorano all’edificazione di nuove strutture che, oltre agli esercizi commerciali, includeranno cinema multisala, motel e vari spazi ricettivi.


L’outlet è miscuglio di mercanzie e svaghi, per esperienze di shoppertainment, all’interno di una realtà simulata, dietro cui aleggia una precisa regia, alla maniera di un set cinematografico o palcoscenico teatrale, che riproduce un perfetto paesello in differenti stili architettonici con piazze, fontane, segnaletica, torri e case colorate dalle finte finestre. Vuoto di socialità, è popolato unicamente da comparse che recitano un copione della sola dimensione esistente: il consumo.

8.30 di giovedì 27 agosto 2015. Come ogni anno, è il Late Night Shopping. Nel corso della giornata, le auto, in entrata e in uscita per gli Outlet, restano però imbottigliate nella circostante arteria autostradale dell’A4, a causa di un intervento della polizia, per controllare e rimuovere, ad un paio di chilometri di distanza, un camion abbandonato nella corsia d’emergenza. Sulle fiancate ha l’insegna slovacca di pollame Hyza, anche se l’azienda non è più proprietaria del mezzo. Dal portellone posteriore, appena aperto, fuoriesce un liquido maleodorante; dentro la stiva, ammassati in 5 metri di superficie, ci sono 71 cadaveri di uomini, donne e bambini: iracheni, siriani e afgani, di età compresa da 1 a 56 anni, che fuggivano dalla guerra. Erano stati caricati a Roszke, sulla frontiera ungherese-serba, con destinazione Monaco in Germania, ma il contrabbandiere sigillò ermeticamente il container e nel tragitto, per mancanza di ventilazione ed alta temperatura, morirono asfissiati.

Un terrificante evento che cala il sipario sulla commedia consumista, svelando la complessità e tragicità della vita reale. Per la poeta Asiya Wadud a Parndorf, così pure a Calais e nel Mediterraneo, c’è un piano di faglia, uno squarcio tattile e irreparabile, che si estende «oltre il confinamento di questi particolari siti di migrazione, contenimento, e dislocazione. […] radicato nelle idee sbagliate coloniali».

L’imperialismo di Mister Ikea e la libertà di Tyler

di Saverio Pipitone [pubblicato il 19/7/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

Purificatore d’aria, terrario, miniorto, lampade avveniristiche e mobiletti modulari in legno riciclato. È la collezione Rumtid (spaziotempo) di Ikea, in lancio nel 2020 per ambienti ristretti, progettata dopo che cinque designer stettero per tre giorni nella capsula Mars Desert Research Station della NASA nel deserto statunitense dello Utah con la riproduzione delle condizioni abitative su Marte.

Ammobiliare altri pianeti era il sogno del fondatore Ingvar Kamprad, nato nel 1926 e deceduto nel 2018. In ufficio conservava una cartolina con un divano Ikea sul suolo lunare e il cosmonauta russo Aleksej Leonov gli donò nel 2004 un proprio dipinto con una filiale del mobilificio sulla Luna.

Con padre proprietario terriero di origine tedesca e madre svedese di famiglia di mercanti, da piccolo Ingvar commerciava fiammiferi a 5 corone, che acquistava a 1,5. Nel 1943, aiutato dai genitori, intraprese la distribuzione per corrispondenza di decorazioni natalizie, cartoleria ed oggettistica, registrando la ditta Ikea: acronimo delle iniziali del suo nome e cognome, della fattoria Elmtaryd e del villaggio Agunnaryd dove crebbe. Nello stesso periodo sostenne il movimento nazista in Svezia, ma in seguito dichiarò che «fu uno sbaglio di gioventù». Nel 1958 aprì il primo negozio di arredi nella cittadina svedese di Älmhult, oggi sede del museo aziendale e del quartiere generale con la statua di una brugola gigante all’ingresso.

Originariamente Ikea aveva la “é” accentata in acuto, i mobili si chiamavano Antoinette, Lido, Capri, Milano o Texas, i punti vendita erano rosso e bianco. Negli anni Settanta avvenne un profondo restyling voluto da Ingvar Kamprad che scrisse “Il testamento di un mobiliere” per indicarne le direttive: arredamento fai-da-te, tipicamente svedese, funzionale e di design, a basso prezzo, che esprima individualità, per una vita migliore per tutti.

Idee che all’epoca erano politicamente conformi al partito socialdemocratico con il premier Olof Palme al Governo della Svezia che, tramite il manifesto della “Famiglia del futuro”, promuoveva l’individualismo, senza legami sociali ed economici, svincolando la donna dall’uomo e i figli dai genitori, al fine di una felice esistenza, anche se adesso gran parte della popolazione vive sola, ci sono molte mamme single da inseminazione artificiale e gli anziani muoiono abbandonati.

Ikea procedette dunque all’eliminazione dell’accento alla francese, alla ricolorazione in giallo e blu delle filiali, alla designazione degli arredi con nominativi di laghi, fiumi e località scandinave. Pure per la Danimarca, sebbene non rientri geograficamente nella penisola nordica, vennero usati i nomi di alcune città, ma per oggetti calpestabili quali gli zerbini Köge e Sindal o il rivestimento di pavimenti Nivå; una tavoletta da water fu chiamata Öresund dal ponte che collega la Svezia alla costa danese.

Con tale superiorità e identità svedese, Ikea va alla conquista del mondo, omologa gusti e stili, ed ikeizza le case, dall’Europa all’America e dall’Africa all’Asia, sviluppando nel tempo un enorme giro di affari che nel 2018 ammonta in € 25,5 miliardi con profitti di € 1,4 miliardi. La base del successo, oltre all’induzione allo shopping, è risparmiare il più possibile sui costi, dagli approvvigionamenti alle tasse. Ad esempio, per ridurre il carico fiscale, sono effettuati degli scambi infragruppo di beni e servizi, che consentono legalmente di spostare voci di bilancio positive nei Paesi a tassazione agevolata o “paradisiaca”, evitando di pagare imposte fino a € 150 milioni annui.

Per custodire i guadagni e il patrimonio familiare (valutato in $ 50 miliardi) è stato edificato da Ingvar Kamprad, insieme all’avvocato Hans Skalin, un fortino societario inespugnabile. A monte c’è la Fondazione Interogo dei Kamprad, con sede nel Liechtenstein, che si pone a capo di due gruppi separati: Inter Ikea Holding BV nei Paesi Bassi per l’operatività industriale e commerciale; Interogo Holding AG in Svizzera per le attività speculative allo scopo di creare valore a lungo termine per assicurare solidità, indipendenza e longevità all’impero Ikea. Fra i diversificati investimenti, dall’immobiliare al finanziario, sono mantenute delle partecipazioni strategiche nelle aziende scandinave Intrac Group che produce cingolati per deforestazione e Lekolar che progetta sistemi educativi per habitat pedagogici nelle scuole primarie, così che ad Ikea non mancheranno mai le materie prime: legname e futuri avventori.

I megastore Ikea sono 422 con quasi 1 miliardo di visitatori all’anno e lo spazio espositivo, uguale in tutti i luoghi, è strutturato per massimizzare le vendite. Il consumatore, già all’entrata, è subito invogliato all’acquisto, imbattendosi nei “canestri” o “apri portafogli” con cestoni quadrati a rete che contengono prodotti attraenti a prezzi stracciati, e negli “interni” con stanze arredate a puntino per attirare le individualità personali, per poi proseguire nei “reparti” su ampie superfici con un’offerta generalista di divani, letti, armadi, scrivanie, tavoli e sedie. Le frecce a terra lo pilotano in un susseguirsi di rettilinei di 10-15 metri e curve alterne in opposte direzioni, con un tortuoso percorso dove lo sguardo è sempre rivolto in avanti e ad ogni giravolta è obbligato ad osservare l’intero assortimento, senza nemmeno vedere le scorciatoie verso l’uscita che lascia alle spalle. Equipaggiato di borsa gialla dai manici blu – concepita per muovere liberamente le mani – afferra durante il tragitto un’altra miriade di articoli mozzafiato ed è costretto a sostituire il colmo borsone con il carrello giungendo alle casse strapieno di scatole di merci.

L’anonimo protagonista del romanzo Fight Club, perseguitato dalla solitudine e consumista monodose, afferma: «Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. […] Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto. Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te». Lui, in schizofrenia nelle sembianze di Tyler, con istinto primordiale si libera dalla possessione delle cose e a modo suo ritorna alle relazioni umane.

L’etica in soffitta di Coop tra rose, farmaci e forzieri

di Saverio Pipitone [pubblicato il 13/6/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

A Torino in Via Palma 7 la Società generale di mutuo soccorso degli operai il 4 ottobre 1854 aprì uno spaccio alimentare, chiamandolo Magazzino di previdenza. I prodotti erano venduti agli associati al “primitivo costo”, cioè ad importi convenienti e leggermente superiori a quelli di acquisto, con un guadagno che serviva solo a coprire le spese gestionali.

Da questo modello discende l’insegna Coop con il primo negozio a Reggio Emilia nel 1963, per creare successivamente il principale sistema cooperativo italiano di grande distribuzione organizzata che comprende Coop Lombardia, Coop Liguria, Coop Centro Italia, Unicoop Tirreno, Unicoop Firenze, Novacoop e Coop Alleanza, con un migliaio di strutture tra ipermercati, supermercati, superette e superstore, per una dimensione affaristica aggregata intorno ai € 14 miliardi annui.

Coop ha nel tempo diversificato l’attività, oltre il retail, penetrando in svariati settori quali finanziario, immobiliare, editoria, librerie, telecomunicazioni, utenze luce gas, carburanti, agenzie viaggio, e-commerce, assicurazioni, ospedaliero e farmaceutico. Grazie alle liberalizzazioni del “compagno cooperante” ed ex Ministro dello sviluppo economico Pier Luigi Bersani, possiede un proprio marchio di aspirina e 156 corner con 4.000 referenze low cost di OTC, omeopatici, veterinari e parafarmaci. La sanità negli scaffali del supermarket induce però il consumatore a fare incetta ed imbottirsi di medicine, anche per semplici raffreddori, emicranie e disturbi gastrointestinali.

I proprietari di Coop sono circa 7 milioni di persone che con una quota di € 25 diventano soci e ricevono una Carta di appartenenza, assumendo il doppio ruolo di cliente a cui in esclusiva sono offerti sconti o premi e di lavorante senza compenso, ma portatore di plusvalore, come quando, durante la spesa, utilizza il lettore ottico Salvatempo o lo smartphone per prezzare direttamente le merci, contribuendo alla velocizzazione delle operazioni di cassa.

I soci possono inoltre depositare i risparmi nei forzieri del prestito sociale, pari a € 9-10 miliardi, che Coop reinveste in titoli di Stato, obbligazioni bancarie e partecipazioni societarie, specialmente nel gruppo Unipol, di cui è il primario azionista, svolgendo attività speculative con numeri simili ad una banca: dal 2013 al 2017 la gestione finanziaria ha generato risultati positivi di € 1,4 miliardi, compensando i margini cumulati negativi di € 415 milioni dalla vendita di beni di largo consumo (dati Mediobanca).

Il prestito sociale è pure fonte di risorse per lo sviluppo della rete distributiva. Ad esempio nel periodo 2016-18 Coop Alleanza ha investito € 600 milioni nel rinnovo dei punti vendita per renderli attrattivi e in particolare € 30 milioni sono stati destinati nel 2017 per il totale rifacimento sperimentale dei tre ipermercati più ampi e frequentati negli shopping center Grandemilia di Modena, Esp di Ravenna e Centro Nova di Castenaso/BO.

Il nuovo format, denominato Extracoop, supera il tradizionale modello di ipermercato con un layout progettato per allungare la permanenza del consumatore. Le aree di passaggio sono state ampliate posizionando al centro il cibo con “la via dei freschi”: dal pane reclamizzato come appena sfornato, ma ottenuto dalla doratura del parzialmente cotto e surgelato che l’indomani è immangiabile, alle verdure o frutta di IV e V Gamma imballate in tanta plastica. Attorno è collocata “la via della scoperta” con elettronica, casalinghi, abbigliamento, cartoleria, giocattoli, igiene domestica o personale ed altro. Tra le due “vie” le mercanzie sono tutte visibili in modo da riporle simultaneamente nel carrello. La barriera delle casse è stata arretrata per piazzare degli shop a marchio Coop con affaccio nella galleria commerciale, dalla gioielleria all’ottica fino al ristoro, spingendo il consumatore a proseguire negli acquisti.

Una novità è lo shop di piante e fiori in partnership di fornitura con il brand Monceau Fleurs del gruppo francese Emova. Attenzione, però, perché le loro rose sono strapiene di pesticidi come documentato nel 2017 dal test di laboratorio della rivista «60 Millions de Consommateurs» che ha rilevato un cocktail di sostanze tossiche fra cui gli insetticidi neonicotinoidi accusati di apicidio e il fungicida dodemorph dannoso per organismi acquatici. Le rose distribuite da Emova provengono dalle serre olandesi, ininterrottamente illuminate e riscaldate, oppure dalle piantagioni in Ecuador, Etiopia e Kenya, con trasporto aereo e camion refrigerati per viaggi di 9.000 km: in entrambi i casi il dispendio energetico è abnorme. Sul territorio keniota l’industria floreale è concentrata ad un’altitudine di 2.000 metri nella città di Naivasha con un lago che sta morendo a causa dell’estrazione giornaliera di 20.000 metri cubi di acqua per irrigare e del deflusso di scarti chimici da fertilizzati e diserbanti, determinandosi una moria di pesci e di bestiame che beve l’acqua inquinata. Gli operai lavorano in condizioni disumane con turni massacranti, senza protezioni di sicurezza e norme igieniche, spesso vittime di abusi sessuali, per una misera paga mensile che non arriva nemmeno a 100 dollari. 

Ma Coop Alleanza – promotrice di sostenibilità ambientale e dal 1998 certificata SA8000 per l’eticità del lavoro nella filiera di fornitura – ha controllato, prima di stipulare l’accordo, l’origine dei fiori del partner Monceau Fleurs?

Concludo con Mario Frau, ex dirigente Novacoop e autore del libro La Coop non sei tu, dove testimonia che la Coop ha sacrificato il mutualismo delle primigenie cooperative, in nome del profitto e dell’arricchimento, mostrandosi adesso con due facce: «da un lato quella accattivante dei presunti valori distintivi di socialità e di solidarietà che coglie tutti i vantaggi e i benefici riservati alle società cooperative, dall’altra quella che sfrutta spregiudicatamente tutti i vantaggi del collateralismo politico e del mercato capitalistico».

Benvenuti nei Templi dello shopping: strutture geneticamente manipolate

di Saverio Pipitone [pubblicato il 18/4/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

Con questo articolo comincio nel Blog un excursus a più puntate tra centri commerciali e grande distribuzione organizzata, svelandone fatti e misfatti, per poi indicare delle possibili alternative.

Partiamo dalle origini. Il 9 ottobre 1917 al droghiere Clarence Saunders approvarono il brevetto “Self-Serving Store” (numero serie US 1.242.872), depositato l’anno prima, dopo che l’11 settembre 1916 aveva aperto al 79 di Jefferson Avenue a Memphis, nel Tennessee, un innovativo negozio di 100 mq ad insegna Piggly Wiggly. Un’unica entrata con tornello conduceva in un serpeggiante e circoscritto percorso di quattro corridoi tra scaffali paralleli, contenenti 600 prodotti prezzati, dal fresco al confezionato, che il cliente inevitabilmente visualizzava e in automatico si serviva da sé, senza assistenza e dialogo, fino all’uscita, dove l’attendeva un registratore di cassa.

Iniziò così l’estinzione della tradizionale piccola bottega e lo sviluppo del moderno supermarket. Nel giro di un secolo le superfici di vendita divennero sempre più ampie raggiungendo il top dell’evoluzione con l’ipermercato – 20.000 metri quadri e 50.000 referenze food e non-food – per una grande distribuzione organizzata, in sigla GDO, come motore della società dei consumi.

Le strutture della GDO sono di solito ubicate attorno alle città e vicine agli sbocchi autostradali e tangenziali, con parcheggi multipiano o sotterranei, per essere raggiunte facilmente ed accedere velocemente nelle gallerie o corsie del consumo con le merci ordinate “tutte sotto lo stesso tetto”.

In Italia le principali insegne distributive, come Coop, Conad, Esselunga, Auchan e Carrefour, si trovano all’interno di circa 1.000 centri commerciali che occupano oltre 15 milioni di mq di territorio per 1,8 miliardi di visitatori all’anno.

Ad esempio il Centro Meridiana di Casalecchio di Reno/BO è su una superficie di quasi 35.000 mq con parcheggio per 1.800 auto, una quarantina di attività commerciali, aree ristoro, palestra, multisala cinematografica e piazze all’aperto per concerti, sfilate di moda, esibizioni artistiche, pista di pattinaggio ed eventi. Nelle vicinanze, a meno di tre chilometri, erge poi la “stella cometa” di IKEA che guida il consumatore nello Shopville Gran Reno, altra megastruttura, su cui di recente è stato avviato un progetto di ampliamento, ed è probabile che in futuro i due centri possano congiungersi, con la nascita di un vero e proprio distretto commerciale per un nuovo modello del “tutto sotto lo stesso cielo” in cui trascorrere la giornata o l’intero week-end.

Entro il 2021 in Italia è inoltre prevista una colata di cemento su 1,3 milioni di mq per altri shopping center e il più grosso è il Westfield nell’area dell’Ex Dogana alle porte di Segrate/MI con 185.000 mq su cui sorgeranno 300 negozi, 50 ristoranti, un cinema di 16 sale e 10.000 posti auto, per un bacino di utenza di 6,3 milioni di abitanti e un potenziale di spesa di oltre € 50 miliardi.

Nonostante le periferie siano sature, la GDO non arresta l’avanzata e da qualche tempo espugna anche dei contesti già edificati, come i negozi di prossimità e le vecchie fabbriche dismesse nei centri popolati, cancellandone la memoria storica, oppure penetra nelle zone di transito quali aeroporti, stazioni ferroviarie e porti marittimi per un consumismo nomade.

I grandi spazi commerciali sono progettati scientificamente dai “demiurghi” della distribuzione organizzata per attrarre, coinvolgere e incanalare il maggior numero di persone, impadronendosi del loro tempo libero. L’antropologo francese Marc Augé li chiama “non-luoghi” perché privi di identità, relazioni e storicità, senza vita sociale e culturale, mentre il sociologo statunitense George Ritzer li definisce “cattedrali del consumo” per le dinamiche rituali tipiche della religione in un rapporto sacrale con la merce.

L’iperconsumatore è catapultato in una dimensione irrazionale, finta ed illusoria, slegandosi dal reale e smarrendo il senso del tempo. Con un apprendistato tra messaggi visivi, sconti, offerte speciali, buoni acquisto, premi e carte fedeltà, diviene un adepto dei Templi dello shopping indotto, impulsivo e sfrenato. Riduce l’esistenza al solitario e istantaneo atto del consumo, per un continuo accumulo di beni – senza più considerarne il valore d’uso e molto spesso superflui – che accrescono a dismisura lo spreco: sciagura del XXI secolo.

Nei decenni successivi al brevetto di Clarence Saunders, negli Stati Uniti aprirono i primi shopping center e in uno di essi venne nascosta una videocamera per registrare i movimenti delle palpebre degli avventori nel momento in cui si aggiravano tra gli scaffali; il numero dei battiti scendeva alla media di quattordici al minuto, come i pesci, facendoli precipitare in una forma di trance ipnotica. La sindrome è chiamata Transfer di Gruen (dal cognome dell’architetto austriaco Victor) che provoca perdita di controllo decisionale e confusione da input consumista con sintomi di sguardo vitreo, assenza di orientamento e suggestionabilità.

Peggio ancora è scadere nella violenza alla maniera di Arnold Schwarzenegger nella commedia “Una promessa è una promessa” quando a Natale, nel centro commerciale, bisticcia e picchia per comprare al figlio l’introvabile giocattolo Turbo-Man. Come disse Tim Magill – progettista del gigantesco Mall of America (dove fu girato il film) – «Vogliamo farvi perdere la testa».

La corsa alla terra nel cuore dell’Impero

di Saverio Pipitone [pubblicato l'1/5/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

Fenomeno crescente del XXI secolo è l’accaparramento della terra o land grabbing. Colpisce Africa, Asia, America Latina ed Est Europa, dove molto spesso i Governanti vendono o affittano i terreni alle multinazionali dell’industria e della finanza, espropriandoli ai piccoli contadini che, ridotti in miseria, diventano migranti economici.

Nei Paesi poveri o in via di sviluppo, le terre agricole – sempre più scarse a causa dell’urbanizzazione e del cambiamento climatico – che sono state accaparrate dal 2000 al 2018 ammontano in 31 milioni di ettari, di cui 19,7 milioni per alimenti e 9,7 milioni per biocaburanti, con nuove forme di latifondo per moltiplicare la produttività al fine di guadagnare dall’impennata della domanda di mercato che si avrà con il boom demografico della popolazione globale dagli attuali 7,6 miliardi a 9,7 miliardi nel 2050 e 11 miliardi nel 2100.

Da qualche tempo pure gli Stati Uniti sono bersaglio dell’accaparramento terriero. Le aziende dell’agrobusiness e i fondi di investimento cercano di impossessarsi dei suoli arabili con determinate peculiarità: posizione favorevole, ampia dimensione, fertilità, fonti d’acqua, colture geneticamente modificate, agricoltura di precisione, diritti di proprietà, assicurazione sul raccolto, contributi pubblici. In prevalenza sono campi dai 1.000 agli oltre 5.000 ettari per rendimenti medi intorno al 10% annuo, con una produzione intensiva specialmente di mais, grano e soia.

Le monocolture su larga scala negli USA sono sorrette dal Governo con un sistema sovvenzionato a rischio zero. Se il profitto per ettaro diminuisce, scattano i sussidi federali per aggiungere nuovi terreni in modo da accrescere la redditività; un’ulteriore espansione è incentivata dai mandati statali per biocarburanti con la conversione di superfici erodibili e in zone umide. Nel caso di avversità naturali o rese abbondanti con eccesso di offerta che abbatte i prezzi, interviene la polizza assicurativa finanziata per il 60% dalle istituzioni pubbliche.

Le grandi fattorie dispongono poi di ingenti capitali per accedere alla costosissima tecnologia agricola tra OGM con pesticidi e fertilizzanti, editing genetico, attrezzature automatizzate e droni, per coltivazioni su vastissime estensioni.

Le piccole e medie imprese agricole, per mancanza di risorse, sono invece costrette a cessare e cedere l’attività o falliscono: dall’Arkansas al Dakota, la percentuale delle bancarotte è più che raddoppiata nel periodo 2008-2018. Nei prossimi 20 anni ci saranno inoltre parecchi contadini in età pensionabile che venderanno la terra, ma considerando che i giovani, benché manifestino volontà ed entusiasmo, non hanno il denaro o il sostegno pubblico e bancario per comprarla, è prevedibile che finisca nelle mani dei grossi produttori o speculatori, con la conseguente scomparsa delle comunità rurali che tante volte sono custodi di biodiversità.

Leader negli investimenti di land grabbing è il fondo pensione TIAA di New York, che aggrega 5 milioni di risparmiatori che sono dipendenti di 15.000 aziende dei settori accademico, medico, culturale e non-profit, per un totale di asset gestiti di 1 trilione di dollari. Mediante la controllata Nuveen, possiede nel mondo quasi 800.000 ettari di terreni agricoli, di cui circa 100.000 negli Stati Uniti sparsi tra Illinois, Indiana, Ohio, Arkansas, Louisiana, Mississippi, Florida, Idhao, California e Washington.

Il CEO è l’economista e giurista Roger Ferguson, ex manager di Swiss Re (assicurazioni), McKinsey & Company (consulenza strategica) e Federal Reserve (banca centrale); attualmente siede anche nel CDA della holding Alphabet, capofila del gigante informatico Google. Ha iniziato la carriera negli anni Ottanta nello studio legale newyorkese Davis Polk & Wardwell, dove conobbe la moglie Annette LaPorte Nazareth. Lei è un’avvocata specializzata in transazioni commerciali e finanziarie, con esperienze professionali in Lehman Brothers e Citigroup (banche d’affari), ed è stata commissaria SEC (agenzia federale vigilanza Borsa). Chissà di cosa parleranno quando sono insieme: dei progetti futuri di accaparramento terriero del fondo pensione o dei test segreti di robotica agricola nel laboratorio X di Google?

Il fondatore nel 1918 di TIAA è lo scozzese Andrew Carnegie (1835-1919). Negli Stati Uniti fece fortuna nell’acciaio con la Carnegie Steel Company di Pittsburgh, poi venduta nel 1901 per 303 milioni di dollari alla multinazionale finanziaria JP Morgan. È valutato come uno degli americani più ricchi di tutti i tempi. La moglie era Louise Whitfield Carnegie (1857-1946), che da vedova visse in una lussuosa dimora vicino a Central Park.

Nel 1930 in quella casa lavorava una cameriera appena diciottenne, sbarcata nello stesso anno a New York da un transatlantico salpato da Glasgow. Nativa del villaggio di Tong sull’isola scozzese di Lewis, faceva parte di una famiglia fittavola di un piccolo appezzamento rurale, ma all’epoca la zona venne impoverita dagli sfratti imposti dai latifondisti per avviare delle più redditizie attività industriali. Numerosissimi abitanti furono costretti ad emigrare per ragioni economiche alla ricerca di una vita migliore. La giovane cameriera era una di loro e si chiamava Mary Anne MacLeod (1912-2000), nel 1936 sposò un benestante immobiliarista ed ebbe cinque figli, il quartogenito è Donald Trump: 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

La corsa consumista tra miniere schiaviste e padroni del mondo

di Saverio Pipitone [pubblicato il 20/3/2019 nel Blog di Beppe Grillo]

Nella contea di Vastmanland in Svezia il chimico Georg Brandt frugava tra gli scarti minerari alla ricerca di insoliti colori luminosi, per poi analizzarli nel laboratorio del Consiglio delle Miniere a Stoccolma. Era il 1730 quando ipotizzò che il blu della smaltite poteva contenere un nuovo elemento e, dopo 7 anni di studi, scoprì che si trattava di cobalto (Co – 27 della tavola periodica).

Nel nostro tempo questo minerale è usato per la fabbricazione di tecnologia ed elettronica e lo si trova in grandi quantità nella Repubblica Democratica del Congo, dove negli ultimi anni degli ingenti investimenti sono stati fatti dalle imprese cinesi: nel 2016 la China Molybdenum del miliardario Yong Yu ha acquistato dall’americana Freeport-McMoRan per 2,65 miliardi di dollari il giacimento di Tenke Fungurume che produce 1/4 del cobalto nazionale; nel 2018 la Gem Co ha stipulato un accordo con la svizzera Glencore per comprare 52.800 tonnellate di cobalto congolese fino al 2020.

Un’industria in Cina che lo richiede per costruire veicoli elettrici, dalle auto agli autobus, è la Build Your Dreams (BYD), fondata dall’imprenditore Wang Chuan-Fu che, in collaborazione con il cugino Lu Xiangyang (ex dirigente Bank of China), scommise su un progetto di elettrificazione della mobilità futura e ai dubbiosi investitori che chiedevano dove avrebbe preso il cobalto per le batterie, rispondeva: «Andremo a cercarlo in Congo, sono nostri amici».

Il minerale serve pure ad altre multinazionali tra cui Volkswagen e BMW per le automobili ibride, come ad Apple e Samsung per l’elettronica. Questi colossi ne domandano sempre di più e nel 2017 quello congolese ha coperto il 67% della richiesta mondiale, determinandosi un’impennata del prezzo che da gennaio 2016 a luglio 2018 è triplicato passando da 10 a 32 dollari la libbra, con enormi guadagni che in Congo vanno a vantaggio dei governanti in combutta a corporation straniere e a svantaggio di almeno 100.000 lavoratori, di cui 40.000 bambini – dato Unicef del 2014 – che lo estraggono a mano o con strumenti rudimentali per 12 ore al giorno alla misera paga di 2 dollari. Dal 1994 l’accaparramento minerario è una delle cause dei conflitti fra l’esercito statale e un centinaio di bande di ribelli armati che in un ventennio hanno devastato il territorio, provocando una drammatica emergenza umanitaria: 2,2 milioni di bambini malnutriti, 13,1 milioni di persone bisognose di aiuti per sopravvivere e oltre 4 milioni di civili sfollati.

Il giacimento di cobalto più capiente del Congo con 300.000 tonnellate per una produzione quarantennale è quello di Mutoshi a Kolwezi nella provincia di Lualaba e a settembre 2019 si concluderanno i lavori di ampliamento per estrarne potenzialmente 20.000 tonnellate annue. Il gestore che ha in concessione la miniera è la Chemaf del gruppo Shalina Resources con base a Dubai e di proprietà di Shiraz Virji, un imprenditore indiano che dagli anni Ottanta fa affari in Africa, dapprima come commerciante di spezie e poi nei settori dei farmaci e dei minerali.

Il cobalto della Chemaf è venduto alla multinazionale di trading Trafigura Group di Ginevra (Svizzera): fondata nel 1993 dal mercante minerario francese Claude Dauphin (deceduto nel 2015) è di proprietà dei circa 600 dirigenti dipendenti fra cui il CEO Jeremy Weir, che proviene da una pluriennale esperienza di responsabile commerciale e marketing per le materie prime nel gruppo finanziario Rothschild dell’omonima famiglia. Uno dei maggiori clienti che acquista il cobalto da Trafigura Group è l’azienda belga Umicore, collocandolo nel mercato delle batterie per tecnologia.

A eccezione di Chemaf, Shalina Resources e Trafigura Group, tutte le altre aziende menzionate sono quotate in Borsa e un azionista o investitore che hanno in comune è Vanguard Group, il più grande gruppo mondiale del risparmio gestito, che prende il nome dalla vincente nave inglese Vanguard del contrammiraglio Nelson nella battaglia del Nilo del 1798 contro i francesi. Con quartier generale in Pennsylvania, è stato fondato nel 1974 dal magnate della finanza John Bogle, per gli amici Jack, deceduto a gennaio 2019. Discendeva da ricche famiglie americane di origine scozzese: il bisnonno materno Philander Banister Armstrong era all’inizio del 1900 un manager alla presidenza della compagnia assicurativa Excelsior Fire che all’epoca fu messa in amministrazione controllata per l’emissione di fatture false per 137.500 dollari; il nonno paterno William Yates Bogle Senior era un impresario dell’industria conserviera e sanitaria, fondando la American Brick Corporation e la Sanitary Can Company, ma entrambe ebbero problemi finanziari. John Bogle era nato nel 1929, l’anno della “grande depressione” che colpì duramente rendite ed eredità familiari, portando il padre William Yates Bogle Junior all’alcolismo e al divorzio dalla moglie Josephine Lorraine Hipkins. Si laureò nel 1951 in Economia, con una tesi sui fondi comuni d’investimento, nella prestigiosa Università di Princeton che era molto selettiva ammettendo solo componenti dell’alta borghesia per creare un’élite studentesca con la garanzia di un futuro privilegiato.

Qualche anno fa Warren Buffet – oracolo e asso degli investimenti a Wall Street – affermò: «Se una statua deve essere costruita per onorare colui che ha dato il massimo agli investitori americani, è di John Bogle. Per me e per milioni di investitori è un eroe». In un quarantennio ha introdotto, diffuso e consolidato nel settore globale del risparmio gestito dei prodotti semplici, efficaci e a basso costo che hanno arricchito milioni di investitori con la movimentazione di una abnorme massa di denaro.

Vanguard Group gestisce oggi circa 5.000 miliardi di dollari e le proiezioni dell’agenzia di stampa economica Bloomberg stimano che raggiungerà i 10.000 miliardi entro il 2023, arrivando al traguardo prima del principale competitor e fondo di private equity newyorkese BlackRock che attualmente è a quota 6.000 miliardi, in una “gara” per il controllo del mercato finanziario combattuta a colpi di taglio dei costi mediante l’utilizzo di robo-advisor con sistemi di intelligenza artificiale che processano dati ed elaborano strategie di investimento, in sostituzione del lavoro umano, allo scopo di offrire prodotti sempre più low cost. La proprietà di Vanguard Group è degli stessi fondi che gestisce, molti dei quali More Risk More Reward (rischiosi e remunerativi), su cui i piccoli risparmiatori privati, operatori finanziari e investitori istituzionali investono divenendo una sorta di azionisti che partecipano ai profitti.

Se come narra l’aneddoto africano, chiunque – compresi gazzella e leone – sa che nel continente nero quando sorge il sole dovrà cominciare a correre per sopravvivere, nell’opulento Occidente ogni consumista sa che quando si sveglia dovrà andare di corsa ad acquistare l’ultimo esemplare di smartphone, buttando via il vecchio e ancora funzionante modello di appena un anno fa, mettersi a bordo di una moderna auto elettrica atteggiandosi da ecologista (ma di fatto usata soltanto per entrare nella ZTL dei centri storici nel proseguimento dello shopping); poi fare bancomat e richiedere l’estratto conto bancario per controllare i punti percentuali di guadagno sui risparmi investiti nei fondi di grossi gruppi finanziari per speculare nella produzione e distribuzione di quei superflui beni di consumo che nei Paesi ricchi sono indispensabili allo stile di vita, mentre in quelli poveri sono sinonimo di sfruttamento umano e devastazione ecologica.

«Pesticidi a tavola»

Recensione del giornalista Daniele Barbieri
[pubblicata il 18/3/2019 in www.labottegadelbarbieri.org]


Un libro indispensabile: db si sbilancia assai e vi invita a leggerlo (anzi studiarlo)

«Informazioni rigorose» che «difficilmente trovano sui media lo spazio che meritano» quando sono «scomode»: ha ragione Patrizia Gentilini (medico oncologo che fa parte di Isde, l’Associazione medici per l’ambiente) nella prefazione a «Pesticidi a tavola» con il sottotitolo «I veleni autorizzati che mangiamo e respiriamo» – Arianna editrice: 128 pagine per 12,90 euri – di Saverio Pipitone.

Conosco l’autore (ogni tanto collabora alla bottega) da anni e fin dall’inizio ho apprezzato la serietà delle sue indagini e la chiarezza della sua scrittura: due qualità indispensabili per un tema così difficile come quello che qui affronta Pipitone cercando di rispondere a tutte le domande, inclusa la più difficile ovvero «come possiamo evitare» (almeno in parte, cioè evitando i prodotti più pericolosi) di essere avvelenati quotidianamente.

Il libro parte dalla notte del 22 aprile 1915 quando a Ypres «la brezza spinge un gigantesco miasma verdastro… con un concentrato di 150 tonnellate di gas nocivo al cloro» verso le trincee francesi. Nei primi 10 minuti morirono 5000 uomini, perlopiù di quelle “truppe coloniali” che erano carne da macello e dunque sempre in prima linea. Pensavano così di vincere la guerra i tedeschi. I due responsabili di quell’orrore chimico erano Carl Duisberg della Bayer e lo scienziato Fritz Haber. Il secondo dopo la guerra vinse il Nobel per la chimica ma venne incriminato come criminale di guerra a causa della violazione delle convenzioni dell’Aja. Era un fanatico patriota ma paradossalmente la sua carriera fu bloccata da Hitler che aveva scoperto le sue origini ebraiche. Aggiungo un’informazione che nel libro non c’è: Clara Immerwahr, la moglie di Haber, pensava che il lavoro del marito era «una perversione della scienza» e il 2 maggio, pochi giorni dopo il primo uso dei gas, si sparò nel giardino di casa (il marito non andò neppure al funerale).

Perchè il libro parte da Ypres? Perchè lì comimciarono l’ecocidio chimico ancora in atto e l’avvelenamento collettivo che dalle trincee si è allungato persino sulle nostre tavole. Crimini di guerra proseguiti in crimini di pace.

La prima denuncia che fa breccia è nel 1962 con il libro-inchiesta «Primavera silenziosa» di Rachel Carson. Ma gli avvelenatori non sono stati fermati e anzi sono sempre più potenti. Pipitone racconta nei dettagli soprattutto la storia di G (così abbrevia il glifosato), il più diffuso e pericoloso fra i pesticidi, nato nel 1950 e oggi fiore all’occhiello della Monsanto che nel frattempo è diventata parte della già citata Bayer.

Fra i molti passaggi significativi del libro c’è il quinto capitolo che ricostruisce «la battaglia degli ulivi» ovvero il CODIRO – «complesso del disseccamento rapido dell’olivo» – e la xylella nel Salento. Una vicenda non conclusa dove l’unico dato positivo è (almeno per me) il protagonismo delle popolazioni.

Il 14esimo capitolo ricorda i «Poison Papers» e i «Monsanto Papers» ovvero i documenti che (a tonnellate) mostrano come i giganti della chimica mettano in atto – sborsando ovviamente fior di soldi – «comportamenti scorretti di manipolazione scientifica e di influenze o collusione con gli enti regolatori nel processo di autorizzazione dei pesticidi». E con i massmedia.

Come il 22 aprile 1915 è il simbolico inizio di un massacro mondiale che non registra soste, così il 27 novembre 2017 potrebbe essere l’emblema di una resistenza che non trovando spazio sui “grandi” media (si scrive Monsanto-Bayer ma si legge “sua santità”) si affida alla satira, oltrechè alla mobilitazione dal basso: quel giorno infatti sul giornale francese online «Urtikan.net» il disegnatore Large «raffigurava la bandiera dell’Europa su sfondo blu» non con le 12 stelle in cerchio ma con «api stecchite» – vedi qui sopra – a indicare che quel giorno l’Unione Europea, concedendo «il rinnovo di G per altri 5 anni», aveva dato un bell’aiuto alla catastrofe ecologica.

Mi fermo qui perchè per approfondire… dovrei riscrivere il libro.

Però fra i tanti dati e documenti (in coda c’è anche una ricca, utilissima bibliografia) voglio evidenziare una storia tutta italiana, quella del Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni” dell’Istituto Ramazzini che «nel 2015 ha pianificato un progetto di ricerca a lungo termine sul G e sul formulato Roundup Bioflow». Un’iniziativa che vive e cresce grazie al crowfunding; logico, visto che le istituzioni italiane… guardano altrove.

Pesticidi dentro gli aerei

di Saverio Pipitone [pubblicato il 3/3/2019 in www.labottegadelbarbieri.org]

«Oh, un altro! Che succede lassù? Ho in cura parecchi assistenti di volo» disse il neurologo di Sydney quando nel 2013 diagnosticò il Parkinson a Brett Vollus (nella foto), steward dal 1986 della compagnia di bandiera australiana Qantas. Senza familiarità genetica e non capacitandosi del perché contrasse la malattia, Brett indagò tra i colleghi, scoprendo casi analoghi oltre la media e giunse alla conclusione di un legame con i pesticidi. Per quasi 20 anni, nei voli a lungo raggio, aveva spruzzato – su base settimanale o quindicinale – insetticida nell’aereo con una bomboletta spray in ogni mano, privo di mascherina o protezione per coprirsi almeno bocca e naso.

La pratica è chiamata “Disinfezione Aeromobile” per prevenire la diffusione di insetti che trasmettono malaria, febbre gialla, dengue, encefalite giapponese e altre infezioni, a difesa della salubrità pubblica. È regolamentata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO) con due opzioni: aerosol ad azione rapida con passeggeri a bordo; metodo residuo a aereo vuoto con effetti fino a 56 giorni, ma che lascia spesso gli interni bagnati. L’irrorazione è eseguita dalle compagnie aeree internazionali come Air Canada, British Airways, Air New Zealand, Northwest Airlines, Swiss Air Lines, Virgin Atlantic, United e Delta. La richiedono vari Paesi fra cui Australia, Nuova Zelanda, Barbados, Cile, Giamaica, Fiji, India, Madagascar, Panama, Seychelles, Uruguay e Tanzania.

Il trattamento gassoso è implicitamente accettato dai viaggiatori nel momento che acquistano il biglietto e le autorità regolatorie asseriscono che, se fatto in modo appropriato, non nuoce alla salute; l’importante per loro è che non sia spruzzato direttamente sulla pelle o negli occhi.

Dal 1940 al 1980 è stato usato il DDT, per poi passare al clorpirifos e più di recente alla permetrina o fenotrina della famiglia dei piretroidi sintetici, tutti perturbatori tossici sugli esseri viventi.

Uno studio del 2012 degli scienziati Clifford Weisel e Sastry Isukapalli (in www.acer-coe.org) ha documentato che l’applicazione di insetticidi in aereo provoca elevati livelli di inalazione, ingestione e assorbimento cutaneo di piretroidi da parte dell’equipaggio e dei passeggeri.

Una hostess di un vettore intercontinentale, con cui ho parlato e che vuole restare anonima, spiega: «Disinfettiamo la cabina e il bagagliaio degli aerei nei Paesi dove la malaria è un pericolo come in Tanzania e India. A volte, se non è altrimenti possibile, lo facciamo con i passeggeri a bordo. Consigliamo di coprirsi il viso e solo per First o Business Class distribuiamo asciugamani».


Testimonianze sugli effetti della disinfezione aerea sono state nel tempo riportate da diversi giornali. Iniziamo con le hostess californiane Diana Brown-Dodson e Gracie Lerno, che hanno quantificato un’esposizione ai pesticidi rispettivamente di circa 150 volte in 6 anni e di 840 volte dal 1979, che le costrinse a ritirarsi per patologie cardiocircolatorie. Ci sono i coniugi sessantenni Dorazio Richard (chirurgo) e Sharon (immobiliarista), con due nipoti adolescenti, che su un volo dall’Australia alla California ebbero improvvisi malori quali dolori di stomaco, irritazioni cutanee, prurito agli occhi, nausea, vertigini ed emicrania (Chris Woodyard – Usa Today). Proseguiamo con l’assistente di volo statunitense Pat Rinker che, dopo una carriera trentennale, negli ultimi 4 anni di volo accusò gravi problemi di asma (Don McIntosh – nwLaborPress). C’è poi Petra Haluska che su un aereo atterrato in Australia chiese cosa stavano spruzzando e, quando si oppose fermamente, intervennero 6 poliziotti (Erin Elizabeth –www.healthnutnews.com). Il reporter Markab Algedi vide, sul volo Los Angeles-Sydney, lo spargimento pesticida con attacchi di tosse fra i passeggeri (www.themindunleashed.com). Finiamo con lo steward australiano Ian White della Qantas, che si domandava sempre se quegli spray avrebbero avuto qualche effetto su di lui; dopo 36 anni, andò in pensione e gli venne il Parkinson (Matthew Benns – Daily Telegraph) come il collega Brett Vollus.

Tornando alla storia di Brett, a causa dei sintomi della patologia non poté più lavorare, licenziandosi. Un giorno cadde e finì in ospedale, la TAC gli rilevò un tumore maligno al cervello. Nel frattempo, si era rivolto all’avvocata Tanya Segelov, all’epoca partner dello studio legale Turner Freeman: avviarono nel 2014 una querela nei confronti dello Stato australiano del Nuovo Galles del Sud, che avrebbe dovuto sapere dei rischi per l’equipaggio. Ho contattato i legali, chiedendo gli aggiornamenti: l’avvocata ha ricevuto e letto l’e-mail ma non ha risposto; lo studio dice invece di non potere assistermi, scusandosi per l’inconveniente.

Forse la causa legale non ha avuto un seguito. Di certo il 18 maggio 2015 nella Chiesa cattolica di St Mary nel sobborgo Upper Coomera della città di Gold Coast è stato celebrato con parenti e amici il funerale di Brett Vollus, deceduto il 12 maggio a 53 anni (era nato il 28 luglio 1961). Biondo e occhi azzurri, 1,70 di altezza per 78 chili, lo ricordano come un australiano doc. Aspirava alla carriera di attore, fu concorrente a “Chi vuol essere milionario” e comparsa nel film “Gallipoli”, nutrendo altresì la passione per la chiaroveggenza: si faceva chiamare Angel In The Sky.

Intervista della Redazione Web Macro a Saverio Pipitone tra glifosato, agrobusiness, Ramazzini e gruppo No Pesticidi

Saverio, il tuo nuovo libro Pesticidi a tavola tocca un tema di fondamentale importanza, e che dovrebbe stare a cuore a tutti noi. Si fa presto a dire "pesticidi" ma forse non tutti sanno esattamente di cosa parliamo. Ci puoi spiegare brevemente di cosa si tratta?

I pesticidi sono elementi chimici sviluppati in laboratorio per distruggere forme di vita. La loro origine risale alla Prima guerra mondiale quando il chimico tedesco Fritz Haber inventò delle miscele gassose tossiche per usarle in battaglia e già all’epoca pensò che ristabilita la pace, le stesse sostanze potessero servire all’agricoltura. Infatti furono poi adoperate contro insetti, funghi, microbi ed erbacce per semplificare le lavorazioni, evitare perdite nei raccolti e produrre di più, ma sfasciando il ciclo biologico degli ecosistemi.
L’ecologista biologa Rachel Carson, nel best seller Primavera Silenziosa del 1962, li chiamava “elisir di morte” per indicarne l’immenso potere velenoso su fauna e flora, in un mondo consumato nel giro di un solo secolo da inquietanti tecno-manipolazioni della natura.

Quali possono essere le conseguenze di una esposizione prolungata a questi pesticidi? Quali danni causano al nostro organismo?

Almeno 20.000 ricerche pubblicate nella letteratura scientifica documentano la minaccia sanitaria dei pesticidi con il rischio di gravi malattie, tra cui infertilità, tiroide, linfomi, leucemie, diabete, ipertensione, artrite reumatoide, insufficienza renale, obesità, cancro, autismo, SLA, Alzheimer e il Parkinson, che dal 2012 è riconosciuto in Francia come malattia professionale agrochimica.
Gli agricoltori sono esposti in misura maggiore ai pesticidi, soprattutto quando li usano senza protezioni, anche se degli studi hanno dimostrato che l’abbigliamento da lavoro non protegge al 100%. Un’elevata esposizione ai pesticidi riguarda pure i residenti nei luoghi di campagna in quanto li respirano e a differenza del contadino non hanno nessuna difesa.
A dicembre 2018 il gruppo facebook No Pesticidi ha presentato 25mila firme alla Camera dei Deputati per tutelare la popolazione che vive in prossimità delle zone agricole dall’effetto deriva, cioè dalla dispersione dei veleni pesticidi, chiedendo l’applicazione di due regole fondamentali: distanze di sicurezza non inferiori ai 50 metri dalle abitazioni e dalle colture biologiche; obbligo di apporre cartelli di pericolo e di avvisare i confinanti almeno 72 ore prima del trattamento fitosanitario. Il 26 febbraio 2019 la Camera ha votato favorevolmente all’unanimità una mozione che comprende la petizione No Pesticidi ed altre richieste dell’associazionismo ambientalista per ridurre la chimica di sintesi e promuovere il biologico in agricoltura. La raccolta firme No Pesticidi sta comunque proseguendo per raggiungere le 50mila ed è possibile sottoscriverla sul sito www.avaaz.org o collegandosi al gruppo.
La contaminazione proviene parimenti dall’alimentazione e frequentemente sono ritrovati dei mix di tracce pesticide nei cibi che consumiamo ogni giorno, dalla colazione alla cena. Le autorità ci tranquillizzano asserendo che i residui sono nei limiti di legge, ma è opportuno informare che il livello di nocività è misurato sulla singola molecola e non vengono valutati né l’insieme di elementi coesistenti nello stesso prodotto né la continuità espositiva quotidiana a parecchie sostanze dentro diverse derrate nutrizionali, con la moltiplicazione degli effetti tossici.
Nell’organismo umano possono colpire le cellule e perturbare il sistema ormonale, strettamente legato agli apparati neurologico, psichico e immunitario, comportandosi da interferenti endocrini e disordinando il metabolismo di riproduzione e accrescimento della vita, con possibili patologie di origine fetale nei bambini e negli adulti.

Possiamo fare qualcosa per riuscire ad evitarli?

Per quanto riguarda l’alimentazione, che dovrebbe sanare anziché ammalare, è essenziale mangiare biologico per non assorbire artefatti chimici ed eventualmente eliminare quanto già assimilato. La rivista Jama Internal Medicine ha pubblicato uno studio epidemiologico – condotto dagli istituti di ricerca francesi INRA, INSERM, CNAM e Università Paris-XIII – che ha coinvolto circa 69mila volontari, monitorati tra il 2009 e il 2016, risultando che un assiduo consumo di cibi biologici determina un 25% di probabilità in meno di ammalarsi di tumore e i ricercatori suppongono che ciò avviene perché non si assimilano residui di pesticidi.
In Italia, un gruppo di associazioni e imprese ecologiste, da Federbio al WWF e a NaturaSì, ha eseguito un biomonitoraggio su una famiglia romana composta da genitori quarantenni e figli piccoli, analizzandone le urine e riscontrando preoccupanti tracce di pesticidi tra cui il pericoloso Clorpirifos, portatore di disturbi allo sviluppo cerebrale; alla famiglia vennero poi somministrati per 15 giorni solo alimenti biologici e, rifacendo il test, è stato rilevato un abbattimento degli inquinanti chimici e dei primi segnali positivi di decontaminazione del corpo.
Altro biomonitoraggio è stato effettuato dall’Istituto Rizzoli di Bologna e dall’Università Politecnica delle Marche su un campione di abitanti della Val di Non – zona molto esposta all’agrochimica – che presentavano alti livelli di Clorpirifos nelle urine e una ridotta attività di riparazione del DNA, ma dopo il consumo di 50 grammi di miele melata per 10 giorni si è osservata una riduzione dei danneggiamenti genetici. Nell’ambito del medesimo studio, è stato mostrato che il miele bio di tipo acacia, castagno, melata e arancio è pieno di molecole vegetali dei polifenoli con capacità antiossidante e benefica sull’organismo, che stimola un’attività enzimatica di riparazione genetica.
Una ricerca dell’Università della California a Davis ha documentato che i polifenoli si trovano in elevate quantità nelle piante coltivate biologicamente ed è stato ipotizzato che li producano come arma di difesa naturale contro parassiti e malattie, ma lo stesso non avviene nelle coltivazioni convenzionali in quanto abituate dalla chimica a non reagire, scollegandosi dall’habitat ambientale circostante, con uno sbarramento alla sostanza benevola.

Quali sono i motivi, secondo te, per cui le autorità non intervengono, se non in maniera molto blanda, sulla questione pesticidi?

Il motivo principale è che ci sono enormi interessi economici nel mercato dell’agrobusiness a vantaggio di un numero ristretto di multinazionali, con il pieno sostegno dei governi, per mantenere un sistema agricolo monoculturale e intensivo, basato sulla chimica sintetica, con un unico scopo comune: il profitto monetario.
Nell’Unione Europea esistono 500 sostanze pesticide autorizzate, di cui 200 tossiche schedate come pericolose, ed altre 700 proibite dal 2009, ma su oltre 300 elementi vietati vige una deroga straordinaria poiché certe coltivazioni industriali non funzionano senza di esse. Oltre a concedere le autorizzazioni per questi veleni, talvolta avvalendosi di studi fornitegli dagli stessi produttori agrochimici, le autorità elargiscono ingenti contributi pubblici, con i nostri soldi, per potenziare una realtà che impatta gravemente su ambiente e salute.
In pratica pagano chi inquina. Ad esempio, su 41,5 miliardi di euro di fondi europei destinati all’Italia, il 97,7% va all’agricoltura convenzionale e un irrisorio 2,3% a quella biologica, in modo del tutto sproporzionato dato che quest’ultima copre il 15% della superficie agricola nazionale. Le medesime autorità sborsano poi il denaro per la cura delle malattie provocate dalla chimica agricola: è stato stimato che in Europa i costi a carico della collettività per patologie da esposizione agli interferenti endocrini, di cui fanno parte i pesticidi, ammontano a 163 miliardi di euro all’anno. In tale contesto ci guadagna Monsanto (USA) che vende i pesticidi e Bayer (Germania) che vende i farmaci, le quali nel giugno 2018 si sono unite, la tedesca ha comprato la statunitense, strutturando un esclusivo colosso mondiale, di cui primi azionisti sono dei grossi gruppi finanziari.
A volte nei commenti su internet leggo frasi del tipo «le multinazionali hanno in mano la vita di tutti gli essere umani» oppure «gli azionisti delle multinazionali dovrebbero vergognarsi», ma c’è da dire che tra gli speculatori potremmo esserci persino noi perché quando la banca ci propone di rendere remunerativi i risparmi, li colloca nel canale dei fondi di investimento ed è molto probabile che il denaro vada a finire alle multinazionali che critichiamo. 

Come mai nel tuo libro ti concentri particolarmente sul glifosato? Cosa dovremmo sapere al riguardo? 

Il glifosato è il killer erbaceo più usato nella storia con oltre 8,6 miliardi di kg spruzzati su un terzo della Terra dal 1974. Oggi lo si trova quasi dappertutto, dagli alimenti alle acque, suolo e aria, con livelli di residui spesso superiori rispetto agli altri pesticidi. Ci sono migliaia di lavoratori agricoli e ambientali che lo accusano di averli fatti ammalare.
Negli Stati Uniti vi sono più di 4.000 azioni legali contro Monsanto, che incolpano di avere nascosto alle autorità regolatorie e al pubblico la nocività del diserbante Roundup a base di glifosato. Emblematico è il caso del giardiniere Dewayne Johnson che per tanti anni ha lavorato in un distretto scolastico della California e usava Roundup; quando gli vennero delle lesioni sulla pelle, contattò la multinazionale per sapere se vi fosse un qualche legame con il diserbante, ma non ebbe nessuna risposta, contraendo poi il cancro nel 2014. Ad agosto 2018, il tribunale di San Francisco con un verdetto unanime della giuria ha condannato Monsanto ad un risarcimento milionario a favore di Johnson, con la motivazione di non avere adeguatamente avvertito l’utente sulla pericolosità dell’esposizione all’erbicida.
L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), appartenente all’organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), ha classificato il glifosato come “probabile cancerogeno per l’uomo”, mentre altre agenzie regolatorie europee e internazionali sostengono che non lo sia, nonostante diversi studi ne abbiano dimostrato la nocività.
In Italia è in corso un’importante ricerca a lungo termine sul glifosato effettuata dall’Istituto Ramazzini di Bologna, che ha deciso di analizzarlo per cercare di risolvere le incertezze sulla sua cancerogenicità, sollevate dalle divergenti valutazioni delle varie autorità regolatorie. Lo studio dovrebbe chiarire una volta per tutte se le concentrazioni di glifosato ammesse come residuo di dose giornaliera negli alimenti sono davvero sicure e se così non fosse, si avrebbe un vero e proprio problema di salute pubblica*.

*Per sostenere la ricerca si può partecipare alla raccolta fondi all’indirizzo www.glyphosatestudy.org oppure inserire in sede di dichiarazione dei redditi il codice fiscale dell'Istituto, numero 03722990375, nella sezione del “5x1000”.