02 settembre 2009

Shock Shopping
La malattia che ci consuma

Scopri come le catene dei supermercati manipolano e impoveriscono la tua vita
Autore: Saverio Pipitone
Editore: Arianna Editrice
Data pubblicazione: Nov/Dicembre 2009
Pagine: 156 - Prezzo: € 10,80


La Grande Distribuzione Organizzata (GDO) è il motore dello sviluppo economico e della moderna società dei consumi; occupa il penultimo anello della filiera, ma riesce ad imporre le proprie strategie verso l’alto fino al produttore e a condizionare verso il basso il comportamento del consumatore. La GDO utilizza le strutture dell’ipermercato, shopping center, outlet village, parchi divertimento, centri e distretti commerciali, costruite ed organizzate scientificamente, dai percorsi prestabiliti alla merce posizionata negli scaffali, con l’obiettivo di produrre un coinvolgimento emozionale ed una prolungata permanenza del consumatore nel sistema di finzione, illusione ed estraneità creato dai “non luoghi”. La GDO è causa di uno shock attuato mediante sofisticati metodi di controllo e con l’imposizione di uno stile di vita, che trasforma totalmente il consumatore nel “soggetto nuovo” inserito in una continua esperienza di consumo indotto. Il libro analizza l’evoluzione delle diverse forme strutturali della moderna distribuzione; mette in relazione le insegne distributive internazionali con un particolare aspetto che caratterizza il consumismo post-moderno; scopre i costi sociali ed ambientali provocati dalle strategie della GDO, svelandone il lato oscuro; osserva le numerose tecniche di fidelizzazione effettuate per manipolare il comportamento umano; approfondisce la vicenda della guerra tra catene distributive per la conquista di nuovi spazi commerciali e il controllo del territorio centro-periferico. Il libro indica infine la possibile alternativa della Piccola Distribuzione Organizzata (PDO), esaminando le diverse esperienze di decrescita, sobrietà e semplicità volontaria, incastrate in un discusso scenario di reazione o progresso.

28 febbraio 2009

Dall’emergenza rifiuti in Campania e dagli impianti di incenerimento alle strategie e buone pratiche di gestione dei rifiuti che si stanno sviluppando con successo anche in Italia.
Il libro Rifiuto: Riduco e Riciclo per vivere meglio vuole essere un testo divulgativo e propositivo, capace di fotografare i lati negativi e individuare le cause della cattiva gestione dei rifiuti del nostro Paese, ma anche di mettere in luce le tante realtà virtuose presenti nella penisola, di rendere condivise le migliori strategie da mettere in pratica per ridurre i rifiuti alla fonte e riciclare il più possibile. Una fotografia completa e aggiornata delle cause che, nel nostro Paese, hanno trasformato la “questione rifiuti” in un’emergenza perenne, ma anche e soprattutto una guida alle buone pratiche e alle realtà più efficienti e ben funzionanti che oggi operano in Italia con crescente successo. Scoprire il ciclo di vita dei rifiuti, indagare il colossale business che vi è dietro, approfondire le migliori strategie di riduzione e riciclo e conoscere reali modelli da seguire come la famiglia e il comune a rifiuti zero. Tutto nella prospettiva illuminante ed essenziale della decrescita felice. Un libro indispensabile per capire in che modo ognuno di noi può contribuire a una nuova e migliore gestione dei rifiuti nel proprio territorio: uno strumento fondamentale capace di offrire nuovi paradigmi culturali, soluzioni alternative, ma soprattutto azioni possibili e alla portata di tutti. Il volume curato da Stefano Montanari raccoglie le migliori voci del panorama italiano e internazionale in merito ad una gestione virtuosa dei rifiuti – da Paul Connett a Maurizio Pallante, da Natale Belosi a Marco Cedolin – e le esperienze concrete più significative – dalla strategia Rifiuti Zero alla raccolta differenziata porta a porta, dall’esperienza dei comuni virtuosi a quella della permacultura.

All'interno è presente anche un intervento di Saverio Pipitone dal titolo "Riduzione degli imballaggi: cambia il tuo modo di fare la spesa".

17 dicembre 2007

Il libro di Saverio Pipitone e Monica Di Bari (Arianna Editrice)approfondisce la realtà della grande distribuzione organizzata in Italia. La prima parte del testo è un percorso guidato tra i reparti di un centro o “distretto” commerciale del largo consumo: alimentazione, ristorazione, tecnologia, bricolage e cinema multisala. Un’attenta analisi delle grandi catene distributive quali Ipercoop, Esselunga, Carrefour, Auchan, McDonald’s, Mediaworld, Ikea e Lidl, mette in luce le politiche commerciali, di vendita e monitoraggio sconvenienti per un consumatore responsabile sensibile ai problemi sociali, ambientali e della progressiva scomparsa di tutte le piccole realtà di vendita al dettaglio vicino casa. La seconda parte del libro propone delle alternative concrete già sperimentate con successo in Italia: i gruppi di acquisto solidale, i piccoli mercati auto-organizzati, le pratiche lente e gustose del cibo locale. Infine, non mancano consigli pratici e facili da applicare, nella vita di tutti i giorni, per uno stile di vita sobrio, semplice e sostenibile, in una logica di decrescita, con la riduzione dei consumi indotti e superflui al fine di promuovere un’economia in piccola scala e localistica. Una lettura indispensabile per tutti i consumatori, operatori e piccole imprese che quotidianamente si relazionano con la moderna e grande distribuzione organizzata. Per comprendere i retroscena delle grandi catene distributive e venire fuori dal controllo psicologico che la moderna distribuzione esercita sulle nostre scelte di consumo.

28 settembre 2007

Recensione: Roberto Esposito, Communitas
Einaudi, Torino 2006, pagg. 163, euro 16,50
Nel film The Village, del regista indiano M. Night Shyamalan, una comunità arcaica vive in pace al suo interno, ma esternamente minacciata da «creature che non si possono nominare». Alla fine del film, si scopre che questa “paura” è stata inventata dagli anziani del villaggio per proibire ai giovani di allontanarsi, in quanto la comunità si trova, in realtà, nel XXI secolo dentro una riserva recintata, protetta, non sorvolabile, fuori da modernità e progresso. Al contrario, nelle somiglianti comunità Amish degli Stati Uniti esiste il rumspringa (saltare in giro), vale a dire l’usanza di spingere i ragazzi, dopo una rigida educazione, a sperimentare il mondo “inglese”: donne e motori; sesso, alcol e rock’n’roll. In seguito, i giovani dovranno decidere se diventare membri della comunità o cittadini americani: la maggior parte di loro fa ritorno a casa. Una libera scelta obbligata perché «la vera libertà – ci dice Slavoj Zizek – si avrebbe solo se i ragazzi fossero informati e istruiti su tutte le altre alternative […] la scelta veramente libera è quella in cui io non scelgo solo tra due o più opzioni ENTRO una serie di coordinate precostituite, ma scelgo di cambiare questa stessa serie di coordinate». L’ideologia liberale concede sempre nuove libertà, conseguenti alla demolizione delle tradizionali forme di stabilità, promulgandole come opportunità di potenziamento della personalità umana, ma in verità fanno parte di quel processo modernizzante che immunizza in generale le forme associative e in particolare la vita comunitaria, compreso lo Stato, per diffondere l’ideologia della persona. Da qui, è inevitabile domandarsi se il concetto di persona sia attribuibile a tutti gli esseri umani o invece c’è «una rinascita – continua Zizek – della vecchia distinzione tra diritti umani e diritti del cittadino? Ci sono da un lato diritti che appartengono a tutti i membri della specie umana (da rispettare anche nel caso dell’homo sacer) e dall’altro l’insieme più ristretto dei diritti dei cittadini (di coloro il cui status è regolato per legge)?». A questo, prova a rispondere Roberto Esposito con la sua ultima ricerca filosofica, raccolta nel libro Terza persona. Politica della vita e filosofia dell’impersonale edito da Einaudi, mediante cui indica un’ineffettuabilità dei diritti, compreso quello alla vita, con la crescente divaricazione tra enunciazione di principio e pratica effettiva. Inoltre, davanti all’idea diffusa che la categoria di persona vada a riempire lo storico scarto, ancora aperto tra uomo e cittadino, Esposito pensa che la “persona” non riattivi affatto l’applicabilità dei diritti umani perché se da un lato risana la frattura aperta nel 1789 dalla Rivoluzione francese, dall’altro lato produce una spaccatura tra diritto e vita. Di conseguenza, il fallimento della politica dei diritti umani è imputabile al rafforzarsi dell’ideologia della persona nell’immunitas in opposizione alla communitas. In questo scenario, si inquadra il precedente lavoro di Roberto Esposito con il libro Communitas. Origine e destino della comunità edito da Einaudi, e qui oggetto di recensione. Il punto di partenza è etimologico: communitas deriva dall’unione della proposizione cum con il sostantivo munus, che significa sia dono sia dovere, ovvero un debito di riconoscenza che unisce gli uni nei confronti degli altri. Quindi, un insieme di persone, non unite da specifiche proprietà, ma vincolate da obbligazioni reciproche all’interno di una comunità aperta, rispettosa delle differenze, impropria e unita dal debito del «ti devo qualcosa, ma non mi devi qualcosa». La singolarità di questa idea filosofica consiste nell’origine dell’umanità fatta da legami sociali smembrati, nel tempo, dal processo immunizzante della modernità: immunitas VS communitas. «La comunità – ci spiega il professore Esposito – significa essere consapevoli che non si è individui, che non si è soli. C’è altro dentro e fuori di sé. […] se la comunità ci è appartenuta come la nostra radice più propria, possiamo – e anzi dobbiamo – ritrovarla, o riprodurla, secondo la sua essenza originaria». Il libro è strutturato in cinque capitoli (nonché dall’introduzione Niente in comune e l’appendice Nichilismo e comunità), che corrispondono a cinque grandi filosofi e relativi paradigmi interpretativi: Thomas Hobbes e la paura; Jean-Jacques Rousseau e la colpa; Immanuel Kant e la legge; Martin Heidegger e l’estasi; Georges Bataille e l’esperienza. A questo punto, possiamo agevolmente iniziare un piccolo esperimento mentale immaginando i cinque filosofi, l’uno accanto all’altro, nel discutere la “questione comunità”. Hobbes: «Le società grandi e durevoli hanno tratto origine non dalla benevolenza reciproca degli uomini, ma dal timore reciproco […] gli uomini per naturale passione sono reciprocamente offensivi […] nella posizione dei gladiatori che stanno con le armi puntate e gli occhi fissi l’uno sull’altro […] Superare continuamente quelli davanti è felicità. E abbandonare la pista, è morire […] la via che porta un competitore al conseguimento del proprio desiderio è quella di uccidere, sottomettere, soppiantare o respingere l’altro». Rousseau: «L’intollerante è l’uomo di Hobbes; l’intolleranza è la guerra dell’umanità. La società degli intolleranti è simile a quella dei demoni: si accordano solo per tormentarsi […] divorarsi in tranquilla coscienza. […] La forma più bella d’esistenza è per noi quella fatta di relazioni e in comune, e il nostro vero io non sta tutto solo in noi». Kant: «Ma fino a punto penseremmo, se non pensassimo per così dire in comunità con altri, ai quali partecipiamo i nostri pensieri ad essi a noi i loro?». Heidegger: «Sul fondamento di questo essere-nel-mondo “con”, il mondo è già sempre quello che io condivido con gli Altri. Il mondo dell’Essere è con-mondo. L’in-essere è un con-essere con gli Altri. L’esser-in-sé intramondano degli Altri è un con-Esserci». Bataille: «considerare come legge il fatto che gli esseri umani non sono uniti se non da lacerazioni o da ferite: tale nozione possiede di per sé una certa forza logica. Se degli elementi si combinano allo scopo di formare un insieme, ciò si avvera facilmente quando ciascuno di loro perde in una lacerazione della sua integrità una parte del proprio essere a vantaggio dell’essere comuniale». Con questi pensatori, il concetto di comunità conosce una nuova linea di riflessione e come spiega Francesco Fistetti, autore di Comunità edito dal Mulino, «incrociando il tema heideggeriano del Mit-sein (con-essere) con quello dell’être-avec (essere con) di Georges Bataille, ha decostruito il retroterra metafisico del concetto di comunità e dei lemmi a cui storicamente esso è stato associato (Stato, sovranità, popolo, nazione, ecc.), e al contempo ha proposto un’idea di comunità ontologicamente intesa come “esposizione” comune degli uni agli altri, ove l’esistenza è per definizione con-divisa, cioè costitutivamente aperta alla compresenza dell’altro. […] Con la fine dei totalitarismi del Novecento – continua Fistetti –, la cui data può essere convenzionalmente fissata nel 1989, l’annus mirabilas del collasso dei regimi comunisti dell’Est europeo, la riflessione sull’idea di comunità era destinata a conoscere un nuovo slancio in rapporto ai processi di globalizzazione […] ha luogo in una fase storica di scomposizione-dissoluzione delle categorie fondative della modernità politica, o quanto meno, della tradizione leviatanica europea di ispirazione hobbessiana». Procede inarrestabile il progetto di immunizzazione delle associazioni umane di cui realisticamente parla Thomas Hobbes per isolare la comune «uccidibilità generalizzata». Nello specifico, la comunità porta un dono di morte che minaccia l’individuo e alla dimensione originaria del vivere insieme subentra l’istituzione di un’origine artificiale per riempire «il vuoto del munus» con un vuoto più radicale dello Stato-Leviatano, coincidente con un contratto, vale a dire un non-dono e assenza di relazioni comunitarie. Paradossalmente, l’unica possibilità di sopravvivenza umana sta nel «delitto della comunità»: una rinuncia a convivere per sopravvivere; un’irrazionale rito sacrificale al fine di conservare un razionale sistema fondato sulla paura: dalla naturale e primaria a quella artificiale e secondaria; dallo stato di paura alla paura dello Stato. Ma oggi, anche il Leviatano è reso immune dalla mondializzazione e globalizzazione, o meglio dal globalismo liberale della postmodernità. Tuttavia, Valentina Pazé, autrice del saggio Il comunitarismo edito da Laterza, ci informa che la comunità «si ripresenta nei momenti di crisi, come risposta al terremoto sociale provocato dalla modernizzazione, denunciando la crescente solitudine degli individui, lo sfaldarsi delle reti tradizionali di solidarietà, il venir meno di orizzonti di senso condivisi. […] L’evocazione della comunità e del suo “spirito”, sempre meno reale e sempre più “immaginario” man mano che si dilatano le dimensioni del gruppo, si rivela in ogni caso una potente risorsa simbolica, in grado di rafforzare l’identità collettiva e di fungere da efficace fattore di mobilitazione». Difatti dagli anni ottanta, un nuovo movimento detto neocomunitario compare nel dibattito filosofico internazionale: da Amitai Etzioni a Stefhen Goldsmith, da Charles Taylor ad Alasdaire MacIntyre, da Michel Walzer a Michel Sandel. Un fenomeno politico le cui origini, per Il Dizionario di Politica della Utet, «vanno ricercate, in primo luogo, nelle varie espressioni di critica alla modernità e del razionalismo illuminista emerse nel corso del secolo, e in particolare dopo la Seconda guerra mondiale e, infine, nella crisi del marxismo e nel fallimento dei modelli di società alternativi a quello liberale». [Rivista Diorama Letterario numero 285 Settembre-Ottobre 2007]

23 febbraio 2006

«Quel che non so, è come se non esistesse»
A trent’anni dalla morte del poeta Pier Paolo Pasolini, vorrei riportare una sua frase del 15 giugno 1975 che credo si adatti perfettamente all’attuale realtà italiana, in particolare in vista di campagne ed elezioni politiche. Pasolini disse: «So che se anche – com’è molto probabile – si avrà una vittoria delle sinistre, altro sarà il valore nominale del voto, altro il suo valore reale […] l’Italia vive un processo di adattamento alla propria degradazione, da cui cerca di liberarsi solo nominalmente». Pasolini è un’illuminista attratto dal mito, crede nella sacralità della vita, non considera lo sviluppo consumistico come progresso, ma come causa di impoverimento dell’immaginario e del linguaggio. Filippo La Porta nel settimanale “Avvenimenti” (numero 42) scrive che «per lo scrittore friulano il progresso è dato non dal livello del reddito, ma dalla capacità di conservare – dentro un relativo benessere – una “integrità culturale”». Queste affermazioni si inseriscono nell’odierno movimento per la decrescita orientato alla riduzione dello scientismo, al superamento del mero pensiero razionale e dell’etnocentrismo culturale. Il coraggioso Pasolini proponeva in una situazione come quella del capitalismo avanzato (o postmodernità), l’applicazione della democrazia diretta. La rappresentanza politica non riesce più a controllare i poteri economici e finanziari, mentre diminuisce la partecipazione dei cittadini che si distanziano dalla classe politica e non si identificano più con le sempre più simili categorie politiche “destra” e “sinistra”. Il giovane Karl Marx rifletteva che «una rappresentanza sottratta al controllo del suo mandante non è più tale. Quel che non so, è come se non esistesse». Nell’articolo 67 della Costituzione italiana è scritto: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» e con la riforma costituzionale questo privilegio si estenderà anche alla “Repubblica”, tanto che i politici potranno magicamente trasformare le cose pubbliche in private senza vincolo alcuno; per esempio la Banca d’Italia nasce come istituto di diritto pubblico per poi diventare privata. Lo Stato assorbe tutto il potere, si nutre di divisioni (dei poteri e del lavoro) e ha paura delle differenze, tenendosi così lontano da quei cittadini che non vogliono delegare, ma decidere pacificamente per il futuro dell’Italia. Non si può che concordare con Costanzo Preve che «nel momento attuale non viviamo in una democrazia degna di questo nome, perché mancano i presupposti di sovranità, autodeterminazione e partecipazione che il concetto di “potere del popolo” comporta; la democrazia resta però qualcosa di auspicabile, di possibile e di necessario, essendo la migliore forma politica concepibile per la gestione degli aspetti politici della comunità, sia locale che mondiale. […] Il potere del popolo, o meglio il popolo al potere, presuppone un insieme di cittadini consapevoli, informati e soprattutto sovrani del contenuto della propria decisione politica». [Rivista ilConsapevole num.4 novembre-dicembre 2005]
Le mele marce di My Lai
Durante la guerra, un bambino vietnamita di nome Lio scrive una lettera al presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson chiedendogli di risparmiare gli abitanti del suo villaggio, My Lai. Qualcuno si ricorderà del suo appello il 16 marzo 1968 quando la compagnia Charlie comandata dal tenente William Calley entra nel suo villaggio per una operazione militare di quattro ore: case bruciate, circa cinquecento morti – ufficialmente 347 – e molte donne violentate. A quell’epoca però i giornalisti [anche statunitensi] erano meno reticenti: libri come «My Lai Vietnam» di Seymor Hersh o «Flower of the Dragon» di Richard Boyle raccontano la strage spiegando che non è un episodio o l'azione di un solo plotone ma il risultato di una campagna pianificata. Del resto il presidente Johnson aveva detto alle truppe in Vietnam: «Tornate con un trofeo di caccia da appendere al muro». Testimonianze vietnamite, di parti neutrali e di molti statunitensi diventano pubbliche durante le sedute del Tribunale Russell contro quella sporca guerra. Nel 1970 esce «Una generazione in Vietnam» [in italiano da Feltrinelli] dove Mark Lane, giornalista e avvocato di Chicago, raccoglie le testimonianze di soldati statunitensi sulle torture e i crimini commessi o visti per anni in Vietnam. Fu uno choc e, proprio come oggi, quelli che erano in alto promisero giustizia. Alla fine neanche i colpevoli diretti di My Lai pagano granché. Il comandante dell'operazione, il capitano Ernest Medina, ha tre anni di consegna nei suoi comodi alloggi di ufficiale prima di essere rimesso in libertà e diventare un ricco uomo d'affari in Georgia. Invece il tenente Calley nel ’72 è condannato all’ergastolo ma già due anni dopo torna libero. Passato lo choc i falchi amerikkkani – all’epoca i dissidenti lo scrivevano con tre k, quelle del Ku Klux Klan - hanno attaccato e bombardato Grenada, Libano, Libia, El Salvador, Nicaragua, Iran, Panama, Somalia, Bosnia, Sudan, Jugoslavia e Kosovo, Afganistan, Irak. Prima invece vi furono le Filippine [1899-1902], le isole Marshall [dal 1946 in poi], la Corea [1945-1953], il Congo [dal 1960], la Cambogia [dal 1970]… per tacere dei colpi di Stato commissionati in Iran [1953], Guatemala [1954], Indonesia [1965], Cile [1973] e di molto altro. [Rivista Carta Cantieri Sociali 17/23 marzo 2005].

22 febbraio 2006

Il violinista russo che vinse Hitler
In tempi di cattiva memoria storica non è corretto [dunque lo faremo] ricordare che nel febbraio 1943 i nazisti iniziano la loro rotta da un luogo che allora si chiamava Stalingrado. Andò così. Nel giugno ‘42 la Germania attacca l’Unione Sovietica con tre armate composte da 150 divisioni, 600.000 mezzi motorizzati, 3580 carri armati, 7200 pezzi di artiglieria e 3000 aeroplani. L’obiettivo strategico dell’operazione Barbarossa non è solo invadere l’Urss ma distruggere definitivamente il bolscevismo. Le armate tedesche si muovono verso Mosca, Leningrado [oggi Sanpietroburgo] e Stalingrado [Volgograd]. A difendere quest’ultima città esclusivamente forze di terra. Stalin, l’uomo delle purghe, si ricorda forse di essere «Koba il rivoluzionario» [altro suo pseudonimo usato nell’ottobre 1917]. La notte di capodanno invia a Stalingrado attori e musicisti per tenere alto il morale dell’Armata rossa. Il violinista Mikhail Goldstein si reca fin dentro le trincee per esibirsi in un assolo di fronte ai soldati. Gli altoparlanti diffondono la melodia fino alle trincee tedesche. Sorpresa: i nemici smettono di sparare. Quando Goldestein s’interrompe, da un altoparlante del fronte avverso una voce, in russo stentato, invita il musicista a continuare: precisa che in cambio di Bach «interrompono la battaglia». Goldestein riprende il violino e si scatena in un’allegra gavotte proprio di Bach. Sono minuti di autentica solidarietà fra nemici, non nuovi del resto nelle trincee [molti ne accaddero nel ‘15-’18 talvolta trasformandosi in rivolte o diserzioni di massa]. Fu un caso se quella notte la VI armata tedesca, comandata dal generale von Paulus, si arrese? Nel febbraio 1943 comincia, con una temperatura di meno 40 gradi, la ritirata tedesca dal territorio russo: è anche l’inizio della fine per il nazismo. Anche se la guerra continua, come dice la canzone Revolution 909 dei Daft Punk «stop the music end go home». O, se preferite, gli Stormy Six: «L’inverno mette il gelo nelle ossa ma dentro le prigioni l’aria brucia, come se cantasse il coro dell’Armata rossa […] Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa: d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città». [Rivista Carta Cantieri Sociali 24 febbraio/2 marzo 2005]
Breve e vera storia del primo tubo catodico
Nella primavera del 1939 a New York si inaugurava la grande esposizione universale World Fair. Il presidente della Radio Company American (RCA), David Sarnoff, si piazzò all’ingresso della Fiera e tenne una specie di comizio in cui invitava la gente a visitare i padiglioni della RCA per scoprire l’invenzione del secolo. Il New Yorker titolava a tutta pagina “Nascita ufficiale della televisione”. David Sarnoff arrivato dalla Russia a quattordici anni, lavora come fattorino al New York Herald, entra nella RCA dove conosce Guglielmo Marconi: inizia così la carriera del più grande magnate dei media americani. Nel 1929 arriva la grande depressione, le vendite di apparecchi radiofonici crollano e Sarnoff prevede che solo la televisione potrà salvare la sua azienda dalla crisi. Assume lo scienziato russo Wladimir Zworykin per fare spionaggio aziendale nel laboratorio di Green Street dove lavora uno scienziato indipendente. È Philo Farnsworht arrivato dallo Utah con un’intuizione scientifica straordinaria: applicare i nuovi principi della teoria elettronica per realizzare la prima telecamera e il primo tubo catodico. Philo realizza la sua idea e deposita il brevetto delle diverse invenzioni che compongono l’apparato televisivo. Wladimir Zworykin copia le scoperte e con la RCA depositano il brevetto. Di questo ne parla Evan Schwartz nel suo libro The last lone inventor (2003 Edizioni Paperback). “L’ultimo inventore solitario” è la storia del rapporto tra il mercante e il sapiente, del furto dell’invenzione, della sottomissione dell’intelligenza. Philo confidava alla moglie Pim che «la televisione diventerà lo strumento più importante del mondo, spazzerà via l’ignoranza e porterà la pace». Non gli era mai passato per la mente che la sua invenzione avrebbe potuto essere usata per manipolare la realtà e per ribaltare la verità, anche della sua stessa scoperta. [Rivista ilConsapevole num.4 novembre-dicembre 2005]
Aspirina Bayer® Dalla Valle dei Re ad Auschwitz
L’aspirina non è apparsa dal nulla. Nel suo passato c’è l’Egitto, l’industrializzazione, il mercato, il nazismo e campi di sterminio. Nel 1862 nella Valle dei Re in Egitto Edwin Smith, un mercante di antichità, acquista da due tombaroli per 12 sterline due rotoli di papiri antichi datati 1534 a.C. Erano 110 pagine di un trattato di medicina (si trovano alla New York Historical Society) contenente rimedi naturali. In particolare, una pianta era studiata in maniera sistematica: il tyeret ovvero il salice (albero di luoghi umidi) che insieme ai fichi, birra e datteri era un trattamento «che consente al cuore di ricevere alimento». Intanto a Londra nel giugno dello stesso anno in occasione dell’Esposizione internazionale dei prodotti della rivoluzione industriale, la fabbrica tedesca di coloranti Friedrich Bayer & Company era alla ricerca di scoperte, scienziati e nuovi settori commerciali. Iniziano a produrre farmaci. Assumono il chimico tedesco Carl Duisberg che insieme a Felix Hoffman, Arthur Eichengrun e Heinrich Dreser, ricavano dal salice il rimedio delle meraviglie: l’aspirina per raffreddori, cefalea, reumatismi, mal di denti. La introducono nel mercato, arriva la concorrenza e la guerra dei messaggi promozionali: “Aspirina Burton non induce nausea”, “Aspirina Molloy è la più forte di tutte”, “Aspirina St Joseph è pensata per la famglia”. Nel 1931 in Italia parte lo spot pubblicitario: “Anche di fronte alla magnificenza della natura non potremo trovare gioia se un qualsiasi dolore ci affligge”. “La Vera Aspirina” restava la Bayer che riunisce in un cartello industriale la produzione farmaceutica. Nasce così la IG Farben che si lega al Partito nazista fornendogli svariati milioni di marchi per la costruzione di Auschwitz, dove il famigerato dottor Joseph Mengele delle SS sperimentava prototipi farmaceutici Bayer. Gli esperimenti avranno dato i loro esiti dato che oggi nel mondo si producono ogni anno più di 50 miliardi di pillole per 14 miliardi di dollari. Il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset ha definito la nostra “l’era dell’aspirina”. Diarmuid Jeffreys racconta “l’incredibile storia della pillola più famosa del mondo” con un libro di oltre 300 pagine [Donzelli editore]. [Rivista ilConsapevole num.3 luglio-agosto 2005]

21 febbraio 2006

La mano sinistra è sovversiva
Uno sguardo inquietante è definito sinistro. Se arriva una scorrettezza la chiamiamo tiro mancino. Perché tuttora il pregiudizio, almeno nel linguaggio, resta favorevole alla parte destra del corpo? I primi guerrieri notano che le ferite dal lato del cuore sono mortali, così tengono lo scudo a sinistra e la spada con la destra. Perciò la mano armata merita onori e privilegi? In ogni caso alla sinistra toccano biasimi e compiti subalterni. Di questo antagonismo c’è traccia anche in quelle scritture definite sacre: dato che nella tradizione giudaico-cristiana l’anima si rivela attraverso il corpo, i mancini sono considerati malefici, degenerati e delinquenti. Gente fatta a rovescio dice Francisco de Quevedo [politico e poeta spagnolo del XVI secolo] che spiega: «quando la giustizia comanda di tagliare a uno la mano destra per delitto di ribellione, la pena non è il taglio ma il farlo mancino». Si ribellano gli Illuministi ma è solo quando la legge francese del 23 aprile 1832 abolisce le peni corporali che il pregiudizio [il mancinismo è pericoloso, sovversivo] si attenua. Eppure nelle scuole si continua a imporre ai bambini l’uso della destra per scrivere. A cavallo fra ‘800 e ‘900 la nascente criminologia ipotizza che un alienato sia mancino o abbia avuto contatti con chi lo è; Cesare Lombroso vede il sinistrorso «affetto da problemi alla personalità per regressione dell’evoluzione mentale». Un apparente esempio di infrazione alla destrocrazia è al British Museum di Londra in una miniatura di Roman de Fierabras del XV secolo: Carlo Magno saluta Gano con la mano destra e questi ricambia alzando la sinistra. Ma quel gesto anticipa il tradimento di Gano verso il paladino Rolando, che muore nell’agguato della battaglia di Roncisvalle. Ecco un’altra prova che non bisogna fidarsi di chi privilegia la sinistra. Tutto sbagliato secondo Martin Gardner che nel geniale «L’universo ambidestro» difende con passione “la minoranza mancina” partendo da simmetrie e asimmetrie [il testicolo sinistro di solito è più in basso] del corpo umano, dalle giostre in senso anti-orario o dalla convenzione occidentale di leggere e scrivere verso destra. Neppure l’infallibile Gardner risulta esente da pregiudizi, sia pure opposti: infatti arruola un po’ forzatamente Leonardo Da Vinci fra i mancini. [Carta Cantieri Sociali 21/27 aprile 2005]
In sella a Poderosa e Penombra verso la Kirghisia
Nel 1952 a Buenos Aires due ragazzi, Ernesto e Alberto, iniziano un viaggio in sella a una moto Norton 500 del 1939, chiamata Poderosa, alla scoperta di civiltà sconosciute, antiche lingue e tradizioni dimenticate. Otto mesi in giro per l’America Latina, dove conoscono un popolo straziato dalla povertà, da un capitalismo che si sta imponendo e da un progresso che non esita a sopprimere i più deboli. Uno dei due giovani è Ernesto Che Guevara. I diari della motocicletta (un film di Walter Salles) racconta questo viaggio alle origini di un cuore rivoluzionario. Sono passati più di cinquanta anni e dal primo gennaio il subcomandante Marcos, dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, a cavallo di una Suzuki, chiamata Penombra, sta girando l’Unione messicana per fare un’ “Altra campagna” elettorale. Il “delegato zero” Marcos, in visita a un villaggio Maya, ha detto «di non lasciarsi ingannare da questi partiti politici, che perseguono solo i loro interessi, perché imprenditori e gente legata al narcotraffico quando arrivano al governo si dimenticano, come già si sono dimenticati di noi». E alla domanda se sia meglio la destra o la sinistra, Marcos risponde: «Meglio in basso». Anche in Italia sarebbe bello viaggiare in motocicletta partendo ad alta velocità dalla Val di Susa, passare tra inceneritori e “disastri di progresso”. Riposarsi per qualche giorno a Mapsulon (nome inglese di Maresca), territorio sovrano, indipendente e smodernizzato dell’Appennino pistoiese: qui la televisione è stata abolita, l’asfalto smantellato, le automobili vietate e il giornale “L’Eco di Mapsulon” si acquista con la moneta locale “Bullera” (www.mapsulonnaise.net). Riprendendo il viaggio attraversare un ponte (sullo stretto) lungo 3.666 metri, imbarcarsi per paesi lontani e scoprire con Serge Latouche che «in numerose società africane la stessa parola sviluppo non ha alcun equivalente nella lingua locale, in quanto l’immaginario che istituisce il concetto è praticamente assente». Infine arrivare in Kirghisia, da dove Silvano Agosti scrive Lettere dalla Kirghisia, raccontando che «nessuno lavora più di 3 ore al giorno e il resto del tempo lo dedichiamo al sonno, al cibo, alla creatività, all’amore, alla vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili. […] In Kirghisia, la gestione dello Stato, oltre a essere una forma di volontariato, si esprime in due governi, uno si occupa della gestione quotidiana della cosa pubblica, l’altro si dedica esclusivamente al miglioramento delle strutture». Dopo questo viaggio c’è soltanto da chiedersi: che mondo vogliamo costruire? [Rivista ilConsapevole num.5 gennaio-febbraio 2006]